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Mare inquinato: non più con i Bic

Tutti abbiamo ancora negli occhi i tragici incidenti del mare che hanno coinvolto troppo spesso le superpetroliere e il loro carico riversato, inesorabilmente, in acqua con la conseguenza di ecodisastri di immani proporzioni e con la fatica, spesso vana, di quanti si adoperano a ripulire i fondali dalle chiazze di petrolio. Ma adesso tali spettacoli potrebbero avere conseguenze meno disastrose, da quando, cioè, si è osservato che esistono in natura particolari ceppi batterici, Alcanivorax borkumensis SK2, questo il loro nome, in grado di alimentarsi e metabolizzare il petrolio. Lo hanno scoperto scienziati del Cnr (Iamc) di Messina con a capo il dr. Michail Yakimov dell’Istituto per l’Ambiente Marino e Costiero.

Le varie specie di questi batteri si chiamano BIC che sono “batteri marini obbligati che hanno scelto, fin dalle loro antiche origini, di cibarsi esclusivamente di idrocarburi” spiega Renata Denaro dell’Iamc – Cnr. “Una tale specializzazione non è stata riscontrata in altri microrganismi marini e sembra essere fatta per l’era moderna, in cui l’inquinamento da petrolio in mare rappresenta una seria minaccia”.

Interessante scoprire la qualifica di questi microrganismi che devono la loro specializzazione alla batteria di geni presenti nel genoma di ognuno di essi. Fino ad oggi, dei 45 geni conosciuti si conoscono solo le funzioni di 15 di essi, mentre gli altri 30 sono sconosciuti nelle loro attività. Il fatto di essere a conoscenza della costituzione intima di questi batteri ci fa capire il tipo di scelta ragionata che essi compiono a contatto con gli idrocarburi, ovvero, quali geni si mettono in funzione a seconda delle caratteristiche organolettiche dello strato di petrolio incontrato, così che, vi sono batteri in grado di degradare idrocarburi di origine naturale, petroli di origine antropogenica e via di seguito.

Alla luce di queste conoscenze, s’è dato il via al progetto PON-SABIE, in collaborazione con il Ministero dell’Università e della ricerca nato dall’osservazione di come vasche piene d’acqua inquinate di petrolio, venivano fatte interagire, sperimentalmente, con i batteri BIC, dimostrando che, in appena 15 giorni, l’acqua tornava pura quasi al 100%.
Visti gli ottimi risultati raggiunti in laboratorio, il passo successivo che si appresta a compiere il Cnr è quello di testare sul campo il frutto degli studi effettuati fino ad oggi, “trattando” un tratto di mare che si sa inquinato.

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