Il furto della domenica

Riposo o festa? Se si trattasse soltanto di una questione di igiene del lavoro, per ritemprare le forze, la pausa di un giorno su sette sarebbe indifferente al nome segnato sul calendario. Ma nel corso della storia, fin dalle civiltà più remote, le comunità umane hanno sempre ritagliato, nello scorrere dei giorni, il “dì di festa” a cadenzare la vita. Il riposo festivo è nella civiltà umana più ricco di senso e più profondo di un’interruzione del quotidiano logorio del corpo, di una tregua alla macchina-uomo. L’uomo non è una macchina, non è solo un paio di braccia che si stancano: l’uomo è un cervello e un cuore. Quante altre cose fa, che guadagnarsi il pane: l’uomo pensa e ama, l’uomo si interroga su se stesso e sul destino; dialoga con gli altri uomini, a partire da quelli con cui spartisce la vita, i familiari; l’uomo guarda il cielo, e in quel momento sente che non è fatto solo di polvere o perosa.
La festa è questo. Il giorno di festa evoca il rapporto dell’uomo col cosmo; fa intuire la differenza tra il vivere e il sopravvivere. Il riposo vi consegue. Dare tregua al “negotium” (parola che “nega”), dare intervallo ai febbrili artifici dei giorni feriali, riposare cioè, non è l’essenza della festa, ma il corollario. Nel dibattito di questi giorni sul possibile trasloco del riposo in un giorno qualunque della settimana, rendendo lavorativo come gli altri quello che da millenni è il dì di festa, par di vedere l’immagine di un orologio senza lancette, di un tempo lineare e indefinito, sul quale il mercato disegna i suoi ritmi, e vi piega la vita degli uomini. Un orizzonte omogeneo e grigio, tutto feriale, seppur con pause secondo i turni degli uni e degli altri; l’aspetto simultaneo, comunitario della festa vissuta insieme, adulti, bambini e vecchi, uomini e donne delle fabbriche, degli uffici, delle botteghe, delle famiglie, così si sciupa e trascolora.
Da noi, da due millenni, il giorno di festa è la domenica. E il riposo lavorativo, nella nostra legge, di regola vi coincide. Nel 1993 la Direttiva europea n. 104 sancì lo stesso principio; ma la Corte di Giustizia, nel 1996, bocciò la norma, dicendo che il Consiglio d’Europa non aveva spiegato “perché la domenica avesse un legame più importante con la salute e la sicurezza dei lavoratori che un altro giorno della settimana”. L’ultima direttiva di cui oggi si discute, la n. 34 del 2000, invece di spiegare, ha cancellato la regola, e tocca dunque ad ogni Stato membro decidere il giorno. Ma ogni Stato dovrà pur sempre tener conto “delle tradizioni e delle esigenze culturali, sociali, religiose e familiari dei suoi cittadini”.
Credo che noi italiani qualche spiegazione sul “perché la domenica è diversa” l’avremmo ben data nel 1993 e possiamo pur dar la anche adesso. Non solo tradizione, cultura, esigenze: ma anche civiltà giuridica (se pur volessimo tacere del senso del sacro, per chi vive la festa da cristiano). E’ la nostra storia, la nostra vita comune; i nostri contratti collettivi, le nostre solide leggi. La Cassazione non mai cessato di spiegare che “la domenica è il giorno abitualmente destinato al soddisfacimento di bisogni di vita familiare e sociale”. Aggiungendo, guarda, che proprio per questo il lavoro festivo è più gravoso, e merita un compenso in più. Quest’ultimo risvolto ci insinua un dubbio amaro sulle diatribe di oggi: e se fosse poi solo questione di soldi? Un truciolo di risparmio padronale? Attenzione: il denaro non è tutto, non è la festa, non è la vita. Derubricare la domenica a giorno feriale può costare a noi, in termini umani, una più triste povertà.

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