Condannata alla lapidazione, graziata dalla Corte Suprema

Layla Radman ‘A’esh, ventenne, condannata alla lapidazione per adulterio, è tornata in libertà dopo una sentenza della Corte Suprema. La notizia è stata diffusa nei giorni scorsi sebbene la scarcerazione sia avvenuta lo scorso marzo. Il processo, svoltosi nel 2000, si era concluso anche con la condanna alla punizione corporale di Naji
Hizam ‘Abdullah. Anch’egli è stato rilasciato lo scorso marzo dopo aver ricevuto cento frustate. Per Layla si era mobilitata anche Amnesty International.
La legislazione dello Yemen prevede ancora la fustigazione per reati di natura sessuale, per consumo di alcol e per la diffamazione. In caso di adulterio, è prevista la pena di morte per lapidazione.
La lapidazione, balzata agli onori delle cronache per le vicende di Amina e Safiya, è una pena antica che molti governi fondamentalisti hanno addirittura reintrodotto in applicazione della shari’a, l’interpretazione della legge islamica. Nonostante oggi siano molti i paesi che la applicano, come Iran, Iraq e Yemen, appunto, negli Stati Uniti, secondo un recente sondaggio, sono sempre meno i favorevoli alla pena capitale. Mentre nella Costituzione Europea è esplicitamente vietata grazie all’articolo II sulla dignità: “Ogni individuo ha diritto alla vita. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato.” Il nostro continente è stato il primo a liberarsi da questa barbara condanna.

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