Primo trapianto di fegato da padre a figlio

Un bambino potrà iniziare una nuova vita grazie al gesto d’amore del padre, che gli ha donato parte del proprio fegato. L’intervento da vivente è stato eseguito per la prima volta in Italia in due centri diversi, grazie alla collaborazione degli ospedali Niguarda Ca’ Granda di Milano e Riuniti di Bergamo. L’équipe diretta a Milano da Luciano De Carlis ha eseguito il prelievo di una piccola sezione del fegato del papà, che è stata trapiantata al figlio ricoverato nell’ospedale di Bergamo, dall’équipe diretta da Michele Colledan, responsabile dell’Unità di Chirurgia Generale III e del Centro Trapianti. A causa di una malformazione congenita, il piccolo era in lista dattesa da 4 mesi, seguito dall’Unità di Pediatria dei Riuniti. La complessa organizzazione del doppio intervento – si legge in una nota – è stata possibile grazie alle équipe mediche e infermieristiche dei due ospedali, che hanno lavorato in grande sintonia, anche grazie al supporto del Nord Italia Transplant e del Centro Nazionale Trapianti. L’intervento – ha spiegato Colledan, dopo 5 ore di sala operatoria – si è svolto regolarmente e non ha presentato particolarità tecniche rispetto a quanto facciamo regolarmente da anni. La funzione iniziale dell’organo e le condizioni del piccolo paziente sono molto buone, anche se occorreranno ancora diversi giorni prima di potere dire l’ultima parola. Questo trapianto è il risultato del lavoro di anni delle nostre équipe e della massima sinergia tra le due strutture. Un’importante conferma dell’impegno assunto a sviluppare progetti comuni. Il programma di trapianto di fegato degli Ospedali Riuniti di Bergamo, fin dalla sua nascita nel 1997, ha avuto come punto di forza la tecnica dello split liver, che prevede la divisione del fegato di un donatore cadavere in due parti. Grazie a questa peculiarità è stato finora possibile trapiantare tutti i bambini che si sono rivolti al Centro, con tempi d’attesa medi attorno ai 30 giorni, senza mortalità in lista d’attesa per i casi elettivi, e senza la necessità di ricorrere, finora, al trapianto da donatore vivente. Negli ultimi due anni – ha però spiegato lo stesso Colledan – lo scenario è cambiato.

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