Palermo: stadio dedicato al poliziotto ucciso dalla mafia

Aveva solo 27 anni Vito Schifani, agente di polizia di Palermo, facente parte della scorta del giudice Giovanni Falcone. Quella scorta che, il 23 maggio del 1992, saltò in aria nell’esplosione allo svincolo di Capaci per mano della mafia. Il ricordo della tragedia è sempre vivo nelle coscienze degli italiani e dei palermitani in particolare. Insieme al giovane poliziotto morirono il giudice, sua moglie Francesca Morvillo e altri due uomini della scorta, Rocco Di Cillo e Antonio Montanaro. Quel giorno segnò una delle pagine più buie della storia del Paese, rappresentando il momento simbolo della violenza mafiosa nella lotta contro lo Stato.

Vito Schifani era un appassionato di atletica leggera, sport che praticava a livello agonistico. Oggi arriva la notizia che il famoso stadio delle Palme di Palermo , vero e proprio “tempio” dell’atletica italiana, sarà intitolato all’agente di scorta, dopo essere stato ristrutturato. La struttura ospiterà le finali dei campionati nazionali di atletica leggera, in programma il 29 e 30 settembre. I lavori sono costati 1,3 milioni d Euro, con una nuova pista e un anello esterno, ma anche nuove attrezzature.
La delibera definitiva dalla giunta comunale di Palermo, guidata dal sindaco Cammarata, è arrivata proprio ieri in giornata. Un atto simbolico sicuramente importante e dovuto, nei confronti di un giovane ragazzo che, come tutti i suoi coetanei, amava lo sport e la vita. Vita sacrificata al senso di dovere che lo ha spinto a sostenere fino all’ultimo istante la persona che, con sprezzo del pericolo e umilissima riverenza istituzionale, ha lottato strenuamente contro il giogo della mafia in Sicilia, spesso trovandosi isolato e abbandonato dalle stesse istituzioni: Giovanni Falcone.

La moglie di Schifani, nel giorno dei funerali del giudice e della scorta, lanciò un appello rotto dalle lacrime che ancora oggi suona come un monito alle coscienze di tutti, quando pronunciò quella (tragicamente) famosa frase: “Io so che siete qui in mezzo e vi perdono, ma dovete mettervi in ginocchio e cambiare… ma loro non cambiano”. Quegli attimi struggenti si sono fermati come una diapositiva nella memoria collettiva. Memoria che continua a perpetrarsi anche grazie a riconoscimenti come quello dato oggi a Vito Schifani.

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