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Cop21 e non solo: ecco come i media possono cambiare il mondo

A Parigi, in questi giorni, non si tiene solo Cop21 ma anche il Transformational Media Summit: l’incontro annuale di quelle realtà – giornalisti, videomaker, startupper e quant’altro – che portano avanti il loro lavoro nell’ottica del giornalismo costruttivo.

Il meeting di quest’anno ha avuto una valenza diversa rispetto a quella degli anni precedenti: in parte perché si è tenuto a Parigi, quindi in un luogo e in un momento in cui parlare di giornalismo costruttivo ha un valore doppio. E in parte perché l’incontro si è svolto in parallelo con Cop21, tanto che il tema del cambiamento climatico ha influenzato le discussioni facendole ruotare intorno alla domanda: come possono i media affrontare le problematiche ecologiche ispirando nel lettore un approccio orientato all’azione e al cambiamento?

Tante voci, tanti sviluppi: quella che emersa, è stata una rosa di proposte talmente ricche e diversificate che sembra difficile fare il punto della situazione. Una cosa è chiara, però: l’approccio vincente, quello dotato di maggior incisività, è quello che nasce da due elementi chiave, qualità di contenuti e creatività espressiva.

Le storie da raccontare ci sono, basta trovarle o farsi trovare da loro. E’ il caso, per esempio, di Morgan Curtis e Garret Brad, cicloattivisti che fanno storytelling su due ruote. Con l’iniziativa the Climate Journey, Morgan & Garret hanno pedalato per 6 mesi dal New England a Parigi raccogliendo le storie (tante, tantissime) di chi con le proprie armi si oppone a suo modo ai contraccolpi del cambiamento climatico.

Una logica simile (senza il piatto forte del viaggio, però) è quella che ha ispirato Max Riché a creare una sorta di grande database di storie: The Climate Heroes, un nome, un programma. Quelle raccolte dal documentarista francese sono centinaia di storie provenienti da tutto il mondo. Come quella di Isatou Ceesay, che nel ’97 ha creato the Women’s Initiative Gambia: unione sinergica di donne africane che lavorano per ridurre l’annoso problema delle discariche di rifiuti e al tempo stesso lottano per la propria emancipazione.

Isabelle Antunès, invece, ha prodotto un documentario – ‘Happy rain. Pioggia fertile in Bangladesh’ – in uscita nei prossimi giorni, in cui racconta la storia di una comunità di contadini del Bangladesh che ha deciso di convertire i campi soggetti a inondazioni in riserve di pesca, cambiando d’emblée l’economia di sussistenza della zona. Chiamasi resilienza di gruppo.

Una due giorni interessantissima e gravida di sviluppi, quella che si è svolta a Parigi. Un summit che mira a produrre un nuovo tipo di informazione e che si basa sostanzialmente su un approccio diverso e complementare rispetto a quello di Cop21. Se la Conferenza sul Clima, infatti, parte dagli Stati e lavora sui grandi sistemi, il Trasformational Media Summit mira a un cambiamento che ha nell’individuo le sue radici più profonde. Perché, come sostiene a conclusione dell’incontro Laurent de Cherisey, “salveremo il pianeta solo se riusciremo a salvare l’uomo”.

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