Cambogia: tra voto e democrazia, il regime che governa da 33 anni. Ma qualcosa sta cambiando

Sabato 29 luglio 2018 è terminata la campagna elettorale in Cambogia. Dopo domenica, giorno di elezioni e silenzio elettorale, ecco i risultati: tutti i seggi sono andati al partito al potere.

Questo risultato non sorprende, tenendo conto della potenza e i mezzi del Partito Popolare Cambogiano, al potere ormai dal 1985, quando il suo leader Hun Sen, ex membro del regime comunista dei Khmer rossi, rientrò dal suo esilio dopo l’invasione da parte del Vietnam.

Hun Sen, 65 anni, primo ministro cambogiano dal 31 dicembre 1984, è da allora rimasto al potere rafforzando sempre più il controllo sui partiti di opposizione, ora quasi del tutto inesistenti, e i media. Già nel 1987 fu accusato da Amnesty International di torturare prigionieri politici e possibili leader dell’opposizione, ma il vero cambiamento è avvenuto questo novembre con l’annuncio della dissoluzione del secondo principale partito politico del paese, il Partito del Riscatto Nazionale Cambogiano (PRNC). I membri del Partito, che alle elezioni del luglio 2013 aveva preso ben il 44% dei voti, sono dovuti fuggire dalla Cambogia e la maggior parte di loro vive oggi in Europa.

È stato così che la debole democrazia cambogiana, mantenendo la sua facciata grazie alle comunque ancora presenti elezioni legislative e sistema parlamentare, si è progressivamente trasformata in regime autoritario sotto gli occhi di tutto il mondo.

Tra questi occhi, anche quelli delle varie delegazioni internazionali mandate ad osservare lo svolgimento delle ultime elezioni. Molte di queste però sono state definite dalla stessa BBC come “osservatori zombie” il cui unico scopo è stato quello di assecondare il Partito Popolare Cambogiano al potere, dando così più rispettabilità a Hun Sen e alle sue elezioni farsa. Tra questi osservatori, molti sono provenienti da gruppi politici populisti e nazionalisti, membri Ukip ed Euroscettici, messi in sostituzione agli ufficiali Osservatori dell’Unione Europea.

“Opposizione? Io non ne so nulla, il mio lavoro era quello di venire qua, seguire le elezioni e riportarne lo svolgimento ed è ciò che ho fatto”, ha commentato Richard Wood, membro Ukip che ha definito le elezioni di domenica 30 agosto “libere e giuste”.

Non tutte le delegazioni hanno però sottovalutato il loro compito, tra cui quella capeggiata da Matteo Angioli, membro delle Presidenza del Partito Radicale NonViolento Transnazionale e Transpartito, riconosciuto come organizzazione non governativa con status consultivo presso le Nazioni Unite. La delegazione, formata dallo stesso Matteo Angioli, da Francesco Radicioni, corrispondente dall’Asia per Radio Radicale, Roberto Rampi, Senatore della Repubblica Italiana, e il senatore giapponese del Partito Democratico Yukihisa Fujita hanno utilizzato la loro permanenza nella capitale Phnom Penh per incontrare e ascoltare le voci della restante opposizione e degli uomini e delle donne che in Cambogia ancora si battono per la libertà e lo stato di diritto.

Incontro delle delegazione con ambasciatori Europei e Americani

Incontro della delegazione con ambasciatori Europei e Americani

Uno degli incontri più interessanti è stato quello con Teav Vannol, uno dei pochi ex deputati del Partito di opposizione del Riscatto Nazionale Cambogiano eliminato da Hun Sen nel novembre 2017. L’incontro è avvenuto nella ex sede del partito, situato su un terreno appartenuto al leader del movimento di opposizione, poi espropriato dal governo.

Vannol ha spiegato alla delegazione come il partito al potere rende impossibile una vera e libera agibilità politica, non solo usufruendo del suo potere per una impeccabile campagna elettorale, ricca di comizi, feste e manifestazioni, ma come i cittadini vengano propriamente marchiati e spinti al voto.

Delegazione del Partito Radicale (da sinistra Matteo Angiolini, Roberto Rampi, Teav Vannol, Yukihisa Fujita & Francesco Radicioni.

Delegazione del Partito Radicale (da sinistra Matteo Angiolini, Roberto Rampi, Teav Vannol, Yukihisa Fujita e Francesco Radicioni

Il voto viene infatti effettuato immergendo l’indice in una bacinella di inchiostro, il quale rimane poi a marchiare gli elettori per la durata di una settimana, durante la quale, se marchiati i cittadini hanno diritto a benefici, tra cui sconti anche del 100% negli acquisti di consumo ordinario nei supermercati. All’opposto coloro che non portano il marchio, e quindi non hanno votato il partito unico in segno di protesta non solo non godono degli stessi benefici, ma possono anche rischiare di venire ricattati. Addirittura alcune aziende sono arrivate ad avvisare i propri operai che coloro che non avrebbero esibito il marchio di inchiostro sul dito, non avrebbero ricevuto salario per due giorni.

Foto di Roberto Rampi

Teav Vannol si è comunque dimostrato combattivo e, nonostante le condizioni e i pochi rimasti dell’ex opposizione ormai disciolta, è deciso a ricostruire il Partito di Riscatto Nazionale Cambogiano e a riportare una vera azione politica nel proprio paese. Nonostante l’allontanamento di molti esponenti dell’opposizione e le sanzioni verso chi non vota, l’8% della popolazione ha comunque rinunciato al voto in segno di protesta contro il regime.

Sarà compito anche della comunità internazionale, e in particolare di quella Europea, andare in aiuto di chi in Cambogia ancora lotta per lo Stato di diritto e la democrazia. Per questo la delegazione del Partito Radicale Transnazionale ha avuto un incontro con gli ambasciatori dell’Unione Europea e degli Stati Uniti a Phnom Penh, discutendo quali sanzioni Bruxelles e Washington applicheranno all’ormai regime totalitario di Hun Sen. Un primo passo in questa direzione è stato il Cambodian Act emendato dal senato americano, che applica, come è successo ad altre dittature, delle norme che prevedono la possibilità di congelare i patrimoni dei dirigenti che non rispettano i diritti umani, evitando così di sanzioni al paese.

“Mi auguro, ed intendo lavorare personalmente, perché l’intervento della comunità internazionale, come nel caso della Cambogia, come in altre questioni lasciate aperte, non arrivi troppo tardi. Questo è un paese che ha avuto una storia terribile con vicissitudini incredibili, molte anche causate da giochi e intrighi delle superpotenze nazionali che hanno giocato qui tante delle loro partite per poi abbandonare a se stesso il paese”, ha dichiarato in un’intervista a Radio Radicale il Senatore del Partito Democratico Roberto Rampi, il quale al rientro in Italia ha immediatamente aggiornato la Commissione Esteri, scritto all’Alto rappresentante per la politica estera Europea e intrapreso la decisone di avviare un’iniziativa italiana da portare all’Unione Europea.

“La Cambogia non prende le forme estetiche e apparenti del regime, ma in un certo senso prende la democrazia come un guscio svuotato, ma dentro non c’è niente. La democrazia non è la possibilità di votare, non è avere dei seggi, delle urne o delle schede, ma è innanzitutto il diritto alla conoscenza, all’informazione, alla libertà e al confronto”.

Asia Jane Leigh

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