Made in Italy: una favola antica?

Primi nel mondo nella produzione di design ma diciassettesimi in Europa per investimenti nella ricerca, nello sviluppo e nel sostegno dei giovani talenti. Al primo posto nel mondo per il patrimonio storico-artistico ma i nostri musei e gallerie scivolano nella classifica di quelli più visitati. Nelle classifiche delle mostre più visitate nel 2007 l’Italia è al 86° posto (“Turner e gli Impressionisti, Museo di Santa Giulia, Brescia). La nostra migliore università pubblica è al 173° posto nella classifica degli atenei. 6000 cervelli ogni anno lasciano il paese e vanno all’estero. Progresso e declino. Voglia di cultura e incapacità di offrirla. Questo il quadro contraddittorio che viene fuori dal V Rapporto annuale di Federculture, presentato al Ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi.

C’era una volta il Made in Italy…cosi cominciava una favola antica che ha fatto il giro del mondo, fatta di uomini che hanno lasciato un marchio indelebile negli annali della storia, di istituzioni all’avanguardia divenute modello indiscusso di riferimento, di coraggiose imprese e geniali intuizioni. Ma l’immagine di oggi è ben diversa, invidiati da tutti per l’enorme bagaglio culturale, il paese non riesce a far fruttare tutto questo ben di dio. Molti sono gli uomini di cultura concordi nel fatto che il vero problema del nostro paese sta in una visione della cultura ancora identificata quasi esclusivamente con la conservazione del patrimonio, considerata più una spesa che un investimento. Una visione che non comprende la reale portata della creatività come forza trainante dell’economia grazie ai suoi effetti contaminativi nel tessuto produttivo in termini di innovazione, valore aggiunto e competitività.

Crisi, inflazione, prezzi alle stelle…eppure le famiglie italiane nel 2007 hanno speso alla voce cultura il 6,83% del bilancio familiare, il 2,3% in più rispetto al 2006. Anche nella spesa culturale ci sono contraddizioni, il nord che chiede e consuma, il sud passivo e distratto. Eppure Sicilia e Campania sono le regioni che nel 2007 hanno speso di più nel settore culturale. Inoltre, la scure di Tremonti toglierà ai Beni culturali 900 milioni di euro in tre anni. Gli enti locali dedicano alla cultura tra lo 0,9 delle Regioni e il 3,3 dei Comuni. Tutto questo per dire che i soldi dal pubblico non arrivano più e vanno trovati in altro modo. Ma il privato investe in cultura se è strategico, se dà un ritorno almeno in immagine. La cultura resta il settore dove i privati investono meno: il 15% contro il 63% dello sport. C’è qualcosa che non torna tra capitale a disposizione e capacità di investimento.

Il nostro paese si distingue nel mondo come la maggiore fucina di idee, un terreno fertile per la creatività. Ne è testimonianza il Libro bianco sulla creatività, frutto di uno studio realizzato dal MiBAC. Ma essere creativi oggi non basta più se il talento non è parte di un sistema coordinato e non casuale di creatività. L’Italia, si legge nel Rapporto, “fatica ad adeguare le strategie di rilancio alle strategie imposte dalla competizione della società globale nell’economia della conoscenza”. La scommessa per l’Italia oggi non è tanto, o solo, gestire un museo bensì immaginarne la gestione nell’insieme del territorio dove si trova quel museo. Si avverte l’urgenza di creare un vero e proprio sistema nazionale, leggero ed efficiente, che lasci ampia autonomia alle singole sovrintendenze, garantendo al contempo il supporto dovuto. E, per ultimo, ammettere e imparare dagli errori commessi e da questi ripartire per rilanciare la cultura italiana.

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