UE e USA costringono all'angolo i paradisi fiscali

Sarkozy e la Merkel sono alla testa del plotone dei paesi che guidano la legittima, e da tempo attesa, azione comune contro i paradisi fiscali ed il segreto bancario. La terribile crisi globale che stiamo attraversando è stata scatenata proprio dalla mancanza di regole certe del sistema del credito, sfociata in ultimo, nella crisi dei mutui sub-prime. Proprio la scorsa settimana il presidente francese ha ventilato la possibilità di includere la Svizzera nell’albo nero dei paradisi fiscali, quei paesi cioè che ostacolano, tramite reticenze ed il ricorso al segreto bancario, la vigilanza sui flussi di capitali.

Un segnale forte di discontinuità, quindi. Sarà perché si sentono sotto osservazione ma pare proprio che i paesi maggiormente coinvolti, e che su queste “liberalità” hanno costruito gran parte delle loro fortune finanziarie, non abbiano intenzione di intraprendere la strada dei comportamenti virtuosi.
Infatti Svizzera, Austria e Lussemburgo si sono incontrati la scorsa settimana per concordare una strategia comune in difesa del segreto bancario. Anche in previsione dell’ormai imminente G20 (2 aprile)durante il quale si delineerà la prima impostazione della riforma dell’architettura finanziaria a livello mondiale.

Ricordiamo che gli Stati Uniti hanno ottenuto, appena il mese scorso, una prima vittoria costringendo l’Ubs – il colosso finanziario svizzero divenuto nel 2000, con l’acquisizione del gruppo americano Paine Webber, la più grande banca privata del mondo – a consegnare i nomi di trecento contribuenti americani, accusati di frode fiscale.

Francia e Germania chiederanno al prossimo G20 di obbligare alla più ampia trasparenza banche ed assicurazioni che mantengono attività nei cosiddetti paradisi fiscali. Ormai un segreto bancario ”tombale” come quello dei tempi andati è, prima ancora che eticamente inaccettabile, come dimostrano i fatti in tutta la loro evidenza, finanziariamente non più sopportabile.

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