Dal grano alla canapa: così gli agricoltori italiani si sono salvati dalla crisi

Nella foto: Salvo Scuderi nella sua fattoria di canapa vicino a Catenanuova, in Sicilia. Dal 2016 è legale coltivare la canapa con un livello di THC inferiore allo 0,2%. Foto: Francesco Bellina / Cesura

La coltivazione di canapa per uso non farmaceutico potrebbe inoltre aiutare a salvare i terreni agricoli dall’essiccazione

Gli agricoltori italiani sono in crisi a causa dei bassi prezzi del grano, delle terre essiccate e delle grandi aziende che importano grano. Ma alcuni hanno trovato una soluzione: coltivare la cannabis.

La coltivazione della canapa è legale in Italia dal 2016 e negli ultimi anni la quantità di terreno dedicata alla coltivazione di questa pianta è passata da 400 ettari (1.000 acri) nel 2013 a 4.000 ettari di oggi.

La legge – che consente la coltivazione per uso non farmaceutico di piante con fino allo 0,2% del composto psicoattivo THC – è stata introdotta con l’intenzione di aumentare lo sviluppo della produzione industriale di canapa. Le imprese italiane ne hanno così approfittato per produrre non solo mattoni ecocompatibili, ma anche ricotta, pasta e biscotti alla canapa.

“Il boom della produzione di canapa è un eccellente esempio della capacità delle aziende agricole di scoprire nuove frontiere”, ha affermato Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, la più grande associazione di agricoltori in Italia. “Siamo nel mezzo di un’opportunità di crescita economica e occupazionale”.

Questa soluzione alla crisi che colpisce gli agricoltori italiani può essere vista come una piccola oasi verde immersa nell’arido interno della Sicilia. Tra i campi di argilla e i covoni di grano abbandonato, un cartello raffigurante una foglia a sette punte pende da un cancello. Al di là c’è Salvo Scuderi (nella foto in alto), il presidente della cooperativa agricola Colli Erei. Il 41enne ha appena finito di raccogliere parte della sua produzione di canapa, che sarà utilizzata per produrre pasta, olio e farina. Quest’anno, Scuderi e altri 20 produttori di Rete Canapa Sicilia, un’associazione che ha l’obiettivo di promuovere e commercializzare l’uso della canapa nella regione, hanno prodotto insieme quasi 150 tonnellate.

“La canapa ha salvato i nostri affari”, ha detto. “Quest’anno abbiamo guadagnato 10 volte di più di quello che guadagnavamo con il grano e ci ha permesso di assumere quattro lavoratori”. 

Il grano produce un profitto di 250 euro per ettaro nel mercato odierno, mentre la canapa può generare guadagni netti superiori a 2.500 euro per ettaro, secondo Rete Canapa Sicilia. E ci sono molti contadini siciliani che, per dare nuova vita alla terra e migliorare la loro situazione finanziaria, hanno sostituito il grano con la canapa.

Nella campagna intorno a Catenanuova, le temperature possono superare i 40 gradi in estate. È qui che la Fiat soleva testare i suoi prototipi a temperature elevate. Il clima torrido costringeva i treni a fermarsi a causa delle rotaie in espansione. Ma non è il solo calore che ad avere causato l’essiccazione della terra.

“Il problema è la monocoltura del frumento”, ha affermato Dario Giambalvo, professore di scienze agrarie all’Università di Palermo“Ha causato l’erosione del suolo e ha rischiato di rendere la terra sterile”.

Secondo i dati del CREA (Consiglio italiano per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria), nel 2017 le terre coltivate con grano duro sono diminuite del 7,4% nell’Italia meridionale e di oltre il 9% nel nord del Paese. La produzione complessiva è diminuita di oltre il 4%.

Questo è il motivo per cui il passaggio alla coltivazione della canapa potrebbe salvare gli agricoltori dalla crisi, secondo gli esperti. “La coltivazione della canapa è una valida opportunità per un’agricoltura diversificata che può essere una buona soluzione per la rinascita di terre abbandonate e meno fertili”, ha detto Giambalvo. “Gli antichi Romani ci hanno insegnato che diversificare le colture può aiutare a rendere la terra più fertile. Non so se questo porterà alla crescita del settore agricolo, certamente per l’Italia è un ritorno alle origini”.

Fino agli anni ’40, l’Italia era il più grande produttore mondiale di canapa dopo l’Unione Sovietica. All’epoca, sono stati piantati in Italia più di 100.000 ettari di canapa. Dopo la guerra e il movimento verso le fibre sintetiche, la coltivazione della canapa crollò. La tendenza al ribasso è proseguita con il rafforzamento della campagna contro l’uso illegale di droghe. Nel 1961 il governo italiano ha firmato la Convenzione Unica sugli stupefacenti. Nonostante  escludesse specificatamente dai regolamenti la produzione di canapa non farmaceutica, il trattato ha portato a un ulteriore declino della coltivazione della canapa in Italia.

“La canapa ha aspettato 60 anni per reclamare il suo posto”, ha detto Scuderi. “E questo potrebbe aprire la strada alla legalizzazione delle specie vegetali con livelli di sostanze psicoattive superiori allo 0,2% e sviluppare sperimentazione farmaceutica”.

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La legge del 2016 non proibisce la commercializzazione dei fiori di canapa, una lacuna che ha permesso il fiorire del mercato per la vendita di cannabis leggera, con oltre 500 negozi in Italia. I fiori, sigillati in sacchetti o barattoli con nomi come Gorilla Blue, Amnesia e Raging Bull, possono essere raccolti e utilizzati per tisane o come profumi per armadi. Ma la maggior parte dei clienti semplicemente li sbriciola, li arrotola e li fuma. Gli effetti non sono così pronunciati come la maggior parte dei ceppi di cannabis coltivati, che in genere hanno livelli di THC del 15-25%, ma offrono un immediato senso di rilassamento.

Secondo l’Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze, l’Italia è al terzo posto in Europa per consumo di cannabis.

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Sui vasi di fiori di canapa della sua azienda, Scuderi ha messo un’etichetta “Senza pizzo”. “Significa che il prodotto è fatto senza dare un centesimo alla mafia”, ha detto. “Abbiamo lanciato un messaggio chiaro: produrre cannabis non significa solo rigenerare la terra: è anche un modo per indebolire la mafia, che per decenni ha continuato disinibita nella suo tentativo di controllare gli affari criminali del narcotraffico, e restituire agli agricoltori ciò che i boss mafiosi avevano loro sottratto“.

Articolo originale pubblicato su The Guardian

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