Chiedimi se sono felice. Com'è cambiato il senso della parola "felicità" nel corso della storia

dove dimora la felicità

Accantonate per un istante le urgenti questioni diplomatiche e di mantenimento degli equilibri di pace e di stabilità del mondo, le Nazioni Unite divulgano un interessante documento.

Si tratta del Rapporto Mondiale sulla felicità relativo all’anno 2013. Fortemente voluto dall’Assemblea Generale ONU -che lo ha introdotto attraverso una storica risoluzione nel 2011 – il Rapporto offre lo spunto per i governi dei paesi membri delle Nazioni Unite ad una riflessione sulla condizione di felicità dei propri cittadini per poi usarne i risultati per la definizione di nuove politiche pubbliche e (auspicabilmente) di una nuova via alla civilizzazione.

Prima di questo però, il Rapporto funge da stimolo per una riflessione collettiva (e quindi rivolta a tutti noi) più che sul livello di felicità dei popoli, sul significato dell’essere nella condizione di “felicità” e sul legame di questa con i concetti ad essa associati quali “benessere”, “stile di vita” (elementi chiave per il raggiungimento della prima). All’interno del Report, vi è un’interessante disamina sul concetto di felicità e sul ruolo che la stessa ha assunto nel corso de tempo presso le più varie società e culture della storia.
Un dato di particolare importanza che emerge e su cui sarebbe bene iniziare una profonda riflessione è che in tutte le grandi tradizioni antecedenti la Modernità, dalla cultura Buddista dell’Oriente alla Grecia dell’Età dell’oro e dei grandi filosi, il concetto di felicità non era determinato da una condizione materiale dell’individuo (come ricchezza e povertà, ma anche salute e malattia) quanto associato ad una condizione di elevazione morale.

Aristotele, ad esempio, associava la felicità al concetto di virtù quale viatico all'”eudemonia”, che si potrebbe blandamente (e mi perdoneranno i dotti) tradurre con un ampia accezione di prosperità. Le cose, tuttavia, cominciarono a subire dei cambiamenti in tempi più recenti, quando dal 1700 in poi, la felicità venne sempre più ricondotta alle condizioni economiche degli individui, tarate principalmente in funzione del reddito e della capacità di consumo. Lungi dall’essere una banalità, il report insiste molto (e sicuramente non a caso) sulla epocale transizione insita in questo spostamento di asse morale/materiale, evidenziando ciò che è stato perso, in termini di condizione di felicità, dal primo al secondo modello.

Jeffrey D. Sachs, co autore del Report e direttore del Earth Institute della Columbia University sottolinea come questo passaggio non sia ovviamente insensato. E’ comunque un fatto non trascurabile che la disponibilità economica sia la chiave di accesso a impensabili opportunità, come mai prima in passato. Basti per esempio pensare ai benefici di una corretta e sana alimentazione, alle possibilità insite in un’ottima educazione, ai comfort personali e a tutti quei fattori che influenzano la felicità e il benessere personale in virtù della possibilità del loro ottenimento (economico). Ciò che però viene sottolineato con forza dall’autore è il pericoloso scollamento dell’idea di felicità da fattori di ordine morale. Piuttosto recentemente diversi illustri accademici (non-economisti) hanno iniziato a spingere verso un ritorno al passato (se così si può dire). Il concetto di fondo è che l’uomo non vive di solo pane e pensare solo a riempire la pancia conduce in primis all’obesità e poi, come normale conseguenza, all’indigenza del nostro prossimo.

All’interno di un passaggio molto interessante del documento, Sachs riporta la dichiarazione del CEO di un importante banca d’affari, il quale ebbe a dire “Noi (banche d’affari, ndr) facciamo il lavoro di Dio”.
Questa dichiarazione, secondo l’autore, può idealmente segnare l’inizio del definitivo collasso dell’etica nella contemporaneità.  La ricerca spasmodica di salari sempre più alti negli Stati Uniti ma anche in Europa (e certo l’Italia non è stata esente da questo tipo di logica) ha avuto un costo a dir poco alto in termini di declino sociale, salute mentale e comportamentale di intere generazioni, come l’autore stesso ribadisce all’interno del suo libro “Il prezzo della Civiltà”.
Inoltre, altri studiosi hanno poi evidenziato come questa affannosa ricerca (di soldi e potere) non sempre (anzi quasi mai) sfoci in un sensibile aumento della felicità.
Proprio da questo dato origina il fenomeno conosciuto come Paradosso di Easterlin (dal nome dello studioso, Richard Easterlin che per primo lo evidenziò) e che appunto mostra come il raggiungimento di una interessante stabilità economica non sia in realtà sufficiente a garantire la felicità.

Auspicare dunque un ritorno alla moralità, all’etica ed in ultima istanza all’umanità è (insieme ad una giusta stabilità economica) ciò che viene suggerito come la buona via alla felicità, in equilibrio tra elementi materiali e morali, economici e umani.
Va nello stesso senso il Global Economic Ethic (un manifesto promosso dalle Nazioni Unite per un’economia etica nel 2006) nella cui agenda il “principio di umanità” viene annoverato quale principio economico base per un’etica globale.
Lo stesso si compone di 4 principi fondamentali, ovvero (1) non violenza e rispetto della vita, (2) giustizia e solidarietà, (3) onestà e tolleranza, (4) stima e imparzialità di fronte alla legge e agli uomini.
Uno spunto di riflessione collettiva ma anche un chiaro monito per i politici.

 

World Happiness Report

 

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