Fumo passivo: si ammala, risarcita

Un indennizzo di 15mila euro. Tanto dovrà dare un datore di lavoro a una dipendente, Annamaria Lupo, cinquantenne romana impiegata alla Banca di Roma, come risarcimento per i danni subìti dalle sigarette fumate dai colleghi in ufficio. E’ la prima volta in Italia che viene emessa una sentenza del genere. Il caso è stato esaminato dai giudici del Tribunale del lavoro di Roma. Una vicenda iniziata nel 1994, quando a causa di una sostanza contenuta nel gas di combustione generato dalla bruciatura delle sigarette, un nodulo tiroideo della donna, cioè un adenoma benigno, ha cominciato a ingrandirsi, causandole problemi respiratori. Due anni dopo la diagnosi: “Ho cominciato a fare piccoli interventi – ha raccontato Annamaria Lupo – fino a che nel ’99 ho subìto un’operazione importante”. Dopo l’ospedale, la ricerca di un posto in ufficio in una zona libera dal fumo. Quindi, la causa. Il 30 agosto del 2000 la donna ha denunciato l’azienda per cui lavorava, la Banca di Roma. I suoi avvocati, Roberto Savarese e Laura Bellone, hanno fatto appello all’articolo del Codice civile che obbliga il datore di lavoro a salvaguardare la salute dei dipendenti. Il giudice del Tribunale del lavoro di Roma, Francesco Toti, ha quantificato in 12.394 euro il danno subìto da Annamaria. Una cifra che, con gli interessi, è salita a circa 15mila euro. Gli avvocati avevano chiesto 200 milioni di vecchie lire per il danno fisico e cento per i danni morali. E adesso annunciano che presenteranno ricorso per chiedere un risarcimento più alto”.”La mia storia – sottolinea, intanto, Annamaria Lupo – apre la strada a tantissime altre cause, che spero vengano decise a breve”.

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