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Proteine intelligenti per sconfiggere il cancro

Un’altra battaglia vinta contro il gliobastroma multiforme (GmB), uno dei tumori celebrali più diffusi. Un gruppo di ricercatori dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele e dell’Universita’ degli Studi di Milano-Bicocca coordinati dal professor Angelo Vescovi, in collaborazione con l’Istituto Neurologico Besta, la University of Queensland (Australia), la StemGen Biotech e la John Hopkins University di Baltimora (Usa), ha scoperto un meccanismo che blocca lo sviluppo delle cellule del male, che rappresenta il 30% circa tra tutti i tumori celebrali. La scoperta, frutto di anni di studi nel campo, è stata pubblicata ieri sulla rivista Nature: colpire in maniera specifica le cellule responsabili della proliferazione del cancro e non la massa tumorale nel suo insieme. Questo filone di ricerca, proprio della medicina staminale, è un passo in avanti fondamentale per una cura più efficace. “Fino ad oggi – spiega Angelo Vescovi, direttore dell’istituto di ricerca del San Raffaele – colpire tutto il tumore non impediva di eliminare quelle cellule responsabili della sua proliferazione, perché a differenza delle “figlie” sono molto più resistenti alle cure convenzionali”. Sono cellule inattive, quiescenti, come quelle staminali all’interno di un tessuto. Sfruttando le proprietà in comune tra queste due tipi di cellule, i ricercatori hanno dimostrato che i meccanismi di controllo della loro moltiplicazione sono identici. Si tratta di un insieme di interruttori, detti recettori di membrana, che sono localizzati sulla superficie di quelle cellule che danno origine al tumore e che vengono attivati da “chiavi” specifiche. Queste chiavi sono particolari proteine, chiamate proteine morfogenetiche ossee (BMPs). Quando le cellule staminali tumorali del glioblastoma umano vengono esposte alle BMPs si attiva un meccanismo che prima ne interrompe la moltiplicazione e in seguito determina la loro maturazione in cellule “normali” del cervello, quali i neuroni.
Una terapia ancora difficile da attuare. Ci vorranno ancora due anni per arrivare alla sperimentazione sull’uomo, ma le previsioni da una scoperta alla successiva sembrano realizzarsi sempre più spesso nella metà del tempo supposto.

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