Il caffè fa bene al cuore?

Ancora buone notizie per gli amanti del caffè: dopo la recente comunicazione INRAN del 24 ottobre, che fa assurgere il caffè ad alimento “utile” per la prevenzione di alcune patologie, nell’ambito del XXXIV Congresso Nazionale S.I.N.U. (Società Italiana di Nutrizione Umana) è stata presentata la ricerca “Consumo di caffè e rischio di cardiopatia ischemica: una meta-analisi”, da cui è chiaramente emerso che il consumo abituale e moderato di caffè non appare legato a un aumento del rischio di cardiopatia ischemica.
La meta-analisi ha preso in considerazione gli studi effettuati negli ultimi decenni sulla relazione tra consumo abituale di caffè e rischio di cardiopatia ischemica, da cui erano emersi risultati spesso contrastanti. Provvedendo pertanto ad un esame sistemico di tali studi, con riferimento al consumo di caffè in tazze (ovvero una quantità di caffè all’americana) è risultato che, con un consumo minore o uguale a 2 tazze di caffè (pari a circa 3-4 tazzine di espresso bar o 3 tazzine se preparato con la moka) non emerge alcuna associazione significativa fra consumo di caffè e rischio di cardiopatia Ischemica.
“Ciò fa concludere – ha sottolineato Andra Conti (Ricercatore Universitario in Storia della Medicina e Bioetica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Firenze) nonché coautore della meta analisi – che un consumo di caffè da lieve a moderato (appunto 3-4 tazzine di espresso moka al giorno, pari a circa 280-300 mg di caffeina in toto) non è associato ad un aumento significativo del rischio di cardiopatia ischemica (infarto miocardico o coronaropatia)”.
Anche il metodo di preparazione del caffè può influire sugli effetti dello stesso: il caffè espresso influenza la pressione arteriosa meno di quello “bollito” (per intenderci alla Turca). Una possibile influenza sul rialzo pressorio è valutabile anche su altre abitudini voluttuarie (fumo e alcool) che modulano sia le caratteristiche farmacocinetiche della caffeina ma anche e, negativamente, il rischio cardiovascolare globale sia dei soggetti normotesi che dei pazienti già ipertesi.
“Infine – ha aggiunto la Dottoressa Fausta Natella (Ricercatrice presso l’INRAN) – un consumo moderato sembra associato a un rischio cardiovascolare minore rispetto ad un consumo nullo o particolarmente elevato”.

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