Social network: non solo chat, ma anche prevenzione

I social network come mezzo per avere dati aggiornati sulle epidemie e sul loro diffondersi, in modo tale da progettare migliori interventi difensivi. E’ il caso di Twitter, che ha permesso ad un gruppo di scienziati americani di verificare più velocemente che con i mezzi tradizionali, il diffondersi dell’epidemia di colera che ha seguito il terribile terremoto di Haiti del gennaio 2010. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull’American Journal of Tropical Medicine and Hygiene.

I social network non sono solo un mezzo per facilitare amicizie, contattare vecchi compagni di classe o condividere contenuti. La verifica, da parte di un team di ricercatori dell’Harvard Medical School di Boston, di circa 190.000 tweet, in cui diversi utenti raccontavano l’epidemia, ha dimostrato che i messaggi descrivevano in modo aderente alla realtà il diffondersi del colera nell’isola.

La malattia ha contagiato circa 380.000 persone, provocando la morte di quasi 6.000 di esse, secondo i dati aggiornati a giugno 2011 dell’Harvard Medical School. Lo studio, la cui autrice principale è la ricercatrice Rumi Chunara, ha permesso di ricostruire i primi cento giorni dell’epidemia di colera ad Haiti solo attraverso queste fonti non ufficiali. Il quadro così emerso è stato comparato con quello emerso dai tradizionali metodi di ricerca.

Normalmente, in casi di epidemia, i dati raccolti attraverso gli organi ufficiali sono disponibili solo dopo alcune settimane. Le informazioni ricavate, invece, attraverso i social network hanno il grande pregio di essere fruibili in tempo immediato. Questo può permettere agli scienziati di avere dati in minor tempo rispetto ai metodi tradizionali e di pianificare strategie più efficaci per combattere la diffusione dell’epidemia.

Secondo le analisi effettuate da Rumi Chumara, l’anticipo nel caso di Haiti è stato addirittura di due settimane: “La tecnica che abbiamo sviluppato” afferma la ricercatrice “può essere sviluppata ed impiegata per seguire da vicino l’insorgenza delle malattie in altre parti del mondo”. Chiaramente, come sottolinea la ricercatrice, saranno necessarie ulteriori verifiche per determinare se i dati informali raccolti attraverso i social media siano effettivamente un metodo efficace per monitorare la diffusione delle epidemie. E in tal caso, il continuo riscontro tra i mezzi tradizionali e quelli forniti dai new media potrà permettere un miglior monitoraggio delle malattie infettive.

 

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