Lascia la città e un lavoro sicuro per la lenta vita di campagna: la storia di Marco

rapelli

Cosa spinge una giovane coppia di affermati professionisti a lasciarsi alle spalle una bella carriera in città, un posto di lavoro sicuro, amici e affetti, insomma certezze non trascurabili in questo momento, per vivere e lavorare in campagna?

E’ questa la prima domanda che rivolgo a Marco Rapelli, 40enne milanese fino a qualche tempo fa direttore brand e agenzie per Outbrain Italia, società leader nel content discovery e native advertising, che oggi vive con la compagna Sara e i loro quattro cani Macchia, Stringa, Tommy e Gigia (detta Teresa) in Abruzzo a metà strada tra il mare e la montagna, in un paradiso naturale dispiegato tra il Parco Nazionale d’Abruzzo e la Riserva Marina di Pineto, cuore della “Regione verde d’Europa”. Qui, così lontano dalla frenesia della città, Marco e Sara hanno trovato equilibrio e felicità.Ho sempre avuto questa cosa dentro di me. Quando vivevo in città sentivo molto la mancanza del cielo blu, degli ampi spazi e del contatto con la natura” racconta Marco con voce serena. Le sue parole sono cariche di entusiasmo e consapevolezza: “Ora siamo allineati con i ritmi del sole e della terra. Mangiamo prodotti che coltiviamo noi. Godiamo di un magnifico panorama, contempliamo la bellezza delle piccole cose e ascoltiamo la pioggia”.

Una scelta coraggiosa in un momento particolare, rintuzzo io. “Non credo esista il momento giusto per fare una scelta. In ogni momento di prosperità c’è chi fallisce e c’è che prospera. Ognuno ha la sua storia: il successo dipende da un buon prodotto e se ci sono le condizioni”. Marco e Sara non sono hippie, ma due persone che dalle parole sono passate ai fatti, inseguendo il sogno di un’attività imprenditoriale.

La loro non è finalizzata alla creazione di un prodotto di massa (e che necessariamente deve essere bello per essere venduto alla grande distribuzione) ma sposa la filosofia del “consumo di qualità”, di un prodotto di nicchia per consumatori interessati al biologico e a ciò che è coltivato senza concimi chimici. Piccoli settori del mercato ma con “grande spendibilità” racconta soddisfatto. La loro scelta? Produrre frutti antichi, a salvaguardia di prodotti altrimenti destinati a sparire.L’italia” – racconta Marco – “è piena di tanti alberi che producono frutti gustosissimi che però sono meno produttivi dei commerciali, cioè di quelli venduti nella grande distribuzione e che per questa ragione stanno sparendo”. Ma da dove si inizia un’attività di questo tipo? Fondamentale per i due ragazzi di Milano è stato l’incontro con un’altra giovane coppia, con quale sono entrati subito in sintonia: entrambi vegani, come Sara e Marco, lei agronoma e lui con un passato da consulente, riscopertosi appassionato di lavori agricoli.

Marco e Sara stanno subentrando al 50% nell’azienda agricola esistente che da tre anni produce e vende al mercato locale una trentina di diversi prodotti tra frutta e verdura tradizionale. Insieme ora puntano al salto di qualità, affiancando la produzione di frutti antichi, come la mela Abbondanza Rossa, nuove proposte di prodotti trasformati di nicchia, dalle marmellate a salse e sughi (rigorosamente 100% naturali dal seme al barattolo).

L’apporto di Marco e Sara nella società si concretizza prevalentemente nell’applicare le loro competenze di marketing e commerciali al settore agroalimentare, oggi sempre più trainante dell’economia e propenso all’innovazione. “Stiamo lavorando per creare attività di marketing e storytelling relativo ad un prodotto lavorato come una volta e quindi trasportato a mano fino nel barattolo. Perché così i prodotti hanno un gusto diverso: antico ma sorprendente”.

Marco e Sara non appartengono alla categoria dei “pentiti della città”, persone cioè che scappano dal traffico e chiudono con il loro passato professionale per tornare alle origini, diventando downshifter che vivono in totale simbiosi con la natura, lontani da tecnologia e contaminazioni esterne. Per quanto rispettino una scelta simile, “non certo facile e per la quale ci vuole molto coraggio, non è questo ciò che ci guida”: i quattro soci hanno intrapreso la strada di un’imprenditorialità agricola con l’uso avanzato delle nuove tecnologie per la creazione di reti vendita e rapporti di fiducia e per indirizzare le scelte di consumatori sempre più esigenti, consapevoli e distanti. Perché se il fresco viene distribuito a km zero, diverso è il discorso del trasformato: “Puntiamo ad un lavoro molto raffinato online, perché siamo alla ricerca di un segmento gourmet e vegano, più in linea con l’estero che con l’Italia”.

Distanza fisica ma non virtuale.Qui noi siamo attrezzati. La prima volta che abbiamo dormito nel nostro casale è mancata la corrente elettrica per tre giorni. Siamo stati bene: avevamo legna, cibo, acqua. Per tre giorni ce la siamo cavata, ma con le tecnologie è molto meglio” ride. “Abbiamo un pannello solare, una fossa biologica, un pozzo d’acqua, ci stiamo attrezzando per un piccolo fotovoltaico, ma internet a banda larga sono fondamentali”.

Da diversi anni ormai il trend che vede le campagne svuotarsi a vantaggio dei grandi centri urbani, ha subìto un’inversione di tendenza: le campagne diventano sempre più valida alternativa alla pressione delle città, frenetiche e precarie e sempre meno percepite come luoghi sicuri. Marco e Sara appartengono dunque a quella categoria di giovani (e meno giovani) che nell’agricoltura ha trovato terreno fertile per lo sviluppo di attività, dove il rispetto dell’ambiente convive con una scelta culturale ed ideologica forte e dove le nuove tecnologie aprono scenari interessanti per l’economia del Paese.

Secondo una recente indagine Coldiretti- SWG, i giovani italiani di età compresa tra i 18 e 34 anni ambiscono sempre meno a lavori d’ufficio (anche a tempo indeterminato) nelle grandi città e circa la metà di essi preferirebbe gestire un agriturismo piuttosto che lavorare in banca, percepito come meno ripetitivo e più gratificante.

Superato ormai il paradigma “campagna uguale contadino”, il lavoro agricolo si apre ad esperienze di nuova imprenditorialità dove la figura del fattore viene sostituita a quella di un agronomo esperto ed erudito, spesso affiancato, come appunto nel caso di Marco e Sara, da un informatico e sostenuto da uno stratega del marketing per analisi di contesto e posizionamento aziendale, attività quest’ultima nella quale Marco è impegnato. “Diciamo che il lavoro mio e di Sara si divide in un 70% dedicato a lavorare la terra e comunque fare qualcosa di pratico e il 30% marketing e commerciale”.

Certo, non è facile compiere una scelta di questo tipo. Alcuni credevano fossimo impazziti altri mi hanno incoraggiato. Criticità possono emergere sopratutto quando si è in società con altre persone. “Equilibrio, apertura mentale, consapevolezza e voglia di collaborare. Intenzioni e obiettivi comuni” sono gli ingredienti che Marco elenca come necessari per il successo di una attività come quella da loro portata avanti.

Alla domanda se torneranno mai indietro, Marco risponde senza esitazione. “Indietro non si torna mai. Se guardi alle storie di start-up di successo, l’elemento che le accomuna tutte è la determinazione dei suoi ideatori. Il fondatore dell’ultima start-up per la quale ho lavorato amava ripetere che quando escono articoli che parlano bene o male di voi, fate una cosa: prendete cinque minuti per arrabbiarvi o gioire, ma poi tornate sulla vostra strada. La regola vale per qualsiasi settore”.

Un Commento

Lascia un commento