La conferenza Onu sul clima del 2017 aveva allarmato il mondo e ispirato all’unione in una riconfermata (ma quanto mai urgente) lotta all’inquinamento. L’obiettivo risultava chiaro: fare in modo di ridurre drasticamente le emissioni di CO2. Gli ultimi dati ci raccontano una continua oscillazione del buco dell’ozono.

Ai tempi degli Accordi, l’Italia sin da subito aveva reagito positivamente, aderendo all’Alleanza globale per lo stop al carbone e prevedendo la fine del suo utilizzo entro il 2025. Cina e India avevano dato il loro consenso, mentre l’America aveva creato scompiglio. Donald Trump si tirava fuori dagli Accordi di Parigi, ma nei fatti la sua nazione continuava ad aderirvi (intervenendo anche al COP 23).

Ultimi aggiornamenti sull’attività del buco dell’ozono

Il buco dell’ozono è in realtà in costante mutamento. Nel corso degli ultimi mesi si è assistito a continui allargamenti e restringimenti, talvolta dovuti anche a fattori stagionali e climatici. Proprio recentemente i dati del Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences alla University of Colorado hanno rassicurato su un’importante riduzione del buco dell’ozono in corrispondenza dell’Antartide. I progressi hanno portato come conseguenza anche ad un positivo mutamento della circolazione atmosferica nell’emisfero australe.

Specularmente, invece, in Artide si è osservata l’espansione del buco dell’ozono, accelerata, tra i vari fattori, anche dal freddo e dal vortice polare. Le misure dei livelli di ozono sono state ricavate dal lancio di palloni sonda ad opera di un gruppo di ricercatori dell’Istituto tedesco Alfred Wegener. L’estensione del buco sarebbe considerevole, ma fortunatamente non pericolosa per la salute degli uomini data la posizione.

Il percorso positivo tracciato fino ad ora per la riduzione del buco dell’ozono

Oggi la maggior parte delle nazioni sta mantenendo la parola data. L’Italia, tra i diversi Paesi europei, si fa esempio e modello da seguire nel campo della sostenibilità ambientale. Una visione lungimirante se si pensa che in un futuro non molto lontano la capacità di mantenere un basso tasso di inquinamento diventerà un fattore di alta competitività tra i Paesi e le varie imprese. Con il Green New Deal di Ursula von der Leyen (il grande progetto per la sostenibilità ambientale) l’UE si è rimboccata le maniche per arrivare al 2050 in piena decarbonizzazione. In base ai felici dati dell’Eurostat, l’Italia se la sta cavando tanto bene da poter aspirare ad un ruolo politico di primo piano in questo processo: le emissioni di gas serra dell’Italia sono inferiori del 21% alla media UE.

La grande promessa cinese

Intanto è recentissima la grande promessa cinese. In videoconferenza durante l’Assemblea Generale dell’ONU, il Presidente cinese Xi Jinping ha promesso che la Cina raggiungerà la neutralità dal carbone entro il 2060. Precisamente si impegna, dopo un picco di CO2 calcolato entro il 2029, a ridurre le emissioni dal 2030. Un grande risvolto positivo considerando che la Cina attualmente risulta essere il primo produttore di gas serra e che il buco dell’ozono si allarga costantemente.

Il ruolo degli USA

Altri miglioramenti arrivano dall’America. Gli Stati Uniti, agendo in piena autonomia dalle direttive del Presidente, hanno abbracciato la causa green e mettendosi all’opera per ridurre entro il 2025 le emissioni del 26-28% rispetto al 2005. Ai 50 Stati, alle oltre 70 imprese e a quanti hanno sostenuto il programma va il merito del risultato raggiunto: nel 2017 gli Stati Uniti hanno registrato la più bassa emissione di gas serra degli ultimi 25 anni.

India: se le nuove leggi facilitano l’inquinamento, che strada prendere?

Quanto all’India ci ha provato e ci vuole provare. I risultati erano dalla sua parte. Per la prima volta da 40 anni si stava registrando un considerevole calo delle emissioni. Le analiste Lauri Myllyvirta e Sunil Dahiya hanno studiato i dati ufficiali indiani dell’intero anno fiscale 2019-2020 e hanno riscontrato in questo arco di tempo una diminuzione di 30 milioni di tonnellate di CO2. La riduzione del consumo del carbone e del petrolio hanno fatto la loro parte, ma non solo, si tratterebbe di un insieme fortunato di fattori: il rallentamento economico, l’aumento delle energie rinnovabili e gli effetti positivi del lockdown.

Purtroppo non sono tardate anche le conseguenze negative del Covid. L’economia indiana non è riuscita a rialzarsi dopo il colpo ben assestato e quasi fatale della pandemia. Il testo, che era stato redatto nel 2006 e che aveva portato ai nobili risultati citati, è stato modificato per rialzarsi dalla crisi. Adesso sembra che per le imprese converrà molto più inquinare che rispettare le norme di sostenibilità: i filtri per ridurre le emissioni verrebbero a costare molto più della multa annuale per inadempienza.

Si potrebbero però vagliare soluzioni per aggirare il problema. Una in particolare potrebbe essere la sostituzione del classico carbone con il biochar. Si tratta di un carbone vegetale che contiene, sì, carbonio fino al 90%, ma non inquinerebbe l’atmosfera in forma di CO2. Il biochar resterebbe sul suolo e per le sue proprietà fertilizzanti inciderebbe positivamente sulla qualità del terreno. Consentirebbe anche un risparmio d’acqua e potrebbe essere riutilizzato nella produzione di compost grazie alla sua capacità di assorbire eventuali inquinanti.

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