Myanmar: la rivolta dei monaci contro il regime

di 29 Settembre 2007Marzo 5th, 2017Attualità

Milano, 8 di mattina in metropolitana. Le facce assonnate e stanche di tutti i giorni. Fuori il mondo già sta correndo come sempre, con la solita frenesia, la corsa alla produttività, migliaia di persone che camminano affrettandosi verso l’ufficio, nessuno si sofferma a guardare chi gli è intorno, l’unica preoccupazione è correre, andare a lavorare. Qui sottoterra, nel vagone, persone ammassate l’un l’altra che attendono l’apertura delle porte per poter schizzare fuori e prendere parte alla foga mattutina lì fuori. Nell’attesa ognuno sfoglia il proprio giornale e il mio sguardo cade inevitabilmente su quelle prime pagine, dove un colore domina su tutti: il rosso. Rosso fuoco, rosso acceso, un fiume rosso che marcia per le strade di Rangoon, Myanmar.

Cerco di scrutare gli occhi dei lettori e sono tutti puntati lì, su quelle foto, su quei titoli e su quegli articoli. Vedo scrollate di spalle, teste che si muovono a destra e sinistra in segno di disappunto, visi increduli e basiti. Stiamo assistendo in questi giorni ad un fenomeno rivoluzionario per i tempi che corrono: la religione che torna a farsi portatrice di ideali di libertà, di protesta costruttiva e non violenta. La religione che nuovamente entra in politica, fa politica, si fa politica, in modo pacifico e senza estremismi. Niente strumentalizzazioni, non c’è al-Qaeda, non ci sono ultraortodossi conservatori o alti prelati e ayatollah che in nome di Dio benedicono atrocità e crimini. Qui c’è solo una semplice e genuina voglia di libertà e di libera espressione. Autodeterminazione individuale e richiesta di diritti, ciò che in questo vagone della metropolitana è dato per scontato. I monaci che appoggiano il popolo, non caste sacerdotali che cercano di accaparrarsi fedeli per questioni di mero interesse. C’è in gioco qualcosa di veramente nobile. La religione è tornata a svolgere il suo ruolo di liberatrice dei popoli, in un secolo di fondamentalismi.

Questo in un Paese in cui l’assolutismo regna quotidianamente. Persone in divisa con stellette e pistole tengono sotto scacco 50 milioni di cittadini. E’ sempre successo, anche da noi, anche in Europa, ma nessuno lo sapeva fuori. Oggi l’informazione è globalizzata, possiamo venire a conoscenza di questi fatti anche qui, sottoterra, in una mattina milanese come tante altre. Possiamo indossare tutti una maglia rossa in segno di solidarietà con il popolo birmano. Siamo in grado di capire perché queste cose succedono, come succedono e in tempo reale. Si accusa la Comunità Internazionale di immobilismo, la Cina di protezione del regime birmano, i militari del Myanmar di reprimere nel sangue le dimostrazioni dei monaci buddisti. Questa è sicuramente una novità che ci rende tutti più responsabilizzati e sensibili nei confronti di gravi crisi istituzionali e umanitarie come quella che si sta consumando in Myanmar in questi giorni.

Tutto questo per il momento non sembra bastare. La tecnologia e la presa di coscienza collettiva non sono più forti degli interessi della giunta militare birmana e delle superpotenze asiatiche (anzi, ormai mondiali) che la coprono. Mentre scrivo arrivano però voci di uno spaccamento all’interno dei vertici dello Stato. Quei vertici che da più di 20 anni tengono segregata in casa un premio Nobel per la pace, soltanto perché si era opposta alla brutalità del regime. Dei soldati si stanno rifiutando di sparare sui monaci inermi e la popolazione che li sostiene, quei soldati che l’altro ieri hanno brutalmente ucciso un reporter giapponese in mondovisione. Spesso si dice che la speranza è l’ultima a morire. Speriamo che non debbano morire altri uomini piuttosto. Per far sì che il rosso dei monaci prevalga su quello del sangue.

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