Palestina: 18enne palestinese salva ragazzi israeliani

By 20 Giugno 2008 Marzo 5th, 2017 Attualità

“Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.” Si apriva così la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948 a Parigi. Sebbene si debba constatare che, purtroppo, nel corso degli anni successivi (ed ancora oggi) molti diritti sanciti da questo documento sono stati incessantemente disattesi, due persone, marito e moglie di Betlemme, devono aver tenuto bene in mente quelle parole.

Si tratta dei genitori di un ragazzo palestinese di 18 anni, ucciso qualche giorno fa dal fuoco dei soldati israeliani. Ennesima vittima di un conflitto senza fine, un nome che va ad aggiungersi alla lista che quotidianamente si allunga, nel teatro di una Palestina che ormai vive il conflitto come una condizione di normalità e permanenza. Ebbene, questi due signori hanno deciso di donare gli organi del loro ragazzo per salvare altre vite umane. L’eccezionalità consiste nel fatto che il cuore di quel diciottenne palestinese ucciso dagli israeliani batterà nel petto di un altro figlio di Israele. La coppia ha infatti preso la decisione della donazione degli organi specificando che non avrebbe avuto nessuna importanza l’appartenenza etnica, religiosa o nazionale dei futuri beneficiari. Per questo non ha voluto sapere in anticipo l’identità di chi avrebbe accolto nel proprio corpo ciò che fino a pochi giorni fa era quanto avesse di più caro: la vita del figlio.

La notizia potrebbe concludersi qui, non c’è molto da aggiungere, ma solo da riflettere. Sul fatto che in una terra martoriata e carica di odio possano ancora verificarsi atti di amore verso la vita e l’umanità come questo. Sul fatto che, ancora una volta, è dimostrato che le logiche della guerra e dei conflitti armati (se di logica si può parlare) non distruggono per sempre la solidarietà umana. Eppur sarebbe facile abbandonarsi a sentimenti di rancore e risentimento nei confronti degli assassini del proprio figlio. Forse non avremmo potuto neanche condannare pienamente e senza riserve un eventuale rifiuto di donare gli organi ad un ragazzo israeliano, della “stessa parte” di chi ti ha ucciso il figlio, magari a favore di un altro ragazzo palestinese. Ma è andata così: la scelta non è stata propensa verso gli uni o gli altri, verso “noi” piuttosto che “loro”, al rifiuto del “nemico” e all’appoggio incondizionato del ”fratello”. Semplicemente la scelta è stata per la vita. Solo ed esclusivamente in favore di altri sei fratelli, in quanto figli come tutti della condizione umana. Senza distinzione di razza o religione, appunto.

Ci piacerebbe scrivere in caratteri cubitali il nome del ragazzo ucciso e dei genitori che hanno salvato, grazie a ciò che restava ancora in vita del proprio figlio, le vite di chi è dall’altra parte della barricata, impartendo una lezione memorabile a tutti. Purtroppo non possiamo perché non sono stati resi noti: motivi di sicurezza. Vale a dire, sono persone che adesso rischiano la vita per ciò che hanno fatto, perché qualche palestinese non potrebbe aver gradito questo gesto. Ciò rappresenta il lato brutto della vicenda, l’intolleranza che non si arrende. I genitori hanno incontrato quelli del ragazzo in cui batte il cuore del loro figlio, secondo fonti locali è stato un momento molto emozionante. Nell’abbraccio di quei due padri è riposta la speranza per il futuro.

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