Libano: il momento del dialogo

By 15 Settembre 2008 Marzo 5th, 2017 Attualità

E’ una storia travagliata, quella del Libano. Coinvolto in una sanguinosa guerra civile quindicennale, durata dal 1975 al 1990, il Paese non è mai riuscito a riprendersi completamente dagli scontri settari di cui è stato teatro in quegli anni. Attorniato da potenze straniere che vedevano nel Paese dei Cedri il terreno privilegiato per poter condurre le proprie azioni di pressione sui nemici (Israele, Siria, Palestinesi…), prima sotto occupazione militare israeliana e poi siriana, il Libano è da allora sempre stato lo specchio della rivalità tra Israele, Sunniti e Sciiti mediorientali. Dopo l’assassinio dell’ex Premier Rafiq Hariri nel 2005, che ha dato il via alla “Rivoluzione dei Cedri”, ponendo fine all’occupazione siriana, il Libano ancora non è pacificato. Da quel momento le due fazioni contrapposte, quella di maggioranza filo-occidentale e sunnita (la “Coalizione del 14 Marzo) da un lato, e le forze sciite capeggiate da Hezbollah e supportate da Iran e Siria dall’altro, si sono fronteggiate a suon di omicidi mirati contro uomini politici, bombe e scontri armati nei centri urbani.

In questi giorni è in corso una serie di colloqui tra le diverse comunità libanesi (oltre a Sciiti e Sunniti, sono presenti i Cristiani Maroniti, i Drusi e gli Alawiti), al fine di raggiungere finalmente un accordo che ponga fine alle controversie interne. Il promotore dell’iniziativa è l’ex Capo di Stato Maggiore, oggi Presidente della Repubblica, Michel Suleiman, nome attorno al quale tutto il Paese si stringe, nella speranza di un futuro meno travagliato. A complicare l’intricato panorama etnico-confessionale vi è la presenza sul territorio libanese di migliaia di Palestinesi, rinchiusi nei campi profughi vicino Beirut, Tiro, Sidone e Tripoli: territori non sottoposti alla legge libanese ed in cui l’Esercito nazionale non può entrare. Qui si insinuano, sfruttando tale condizione, i gruppi fondamentalisti riconducibili ad organizzazioni vicine ad al-Qaeda, come testimoniato dai violenti scontro della scorsa estate tra i guerriglieri dell’organizzazione Fatah al-Islam e i militari libanesi.

Per far sì che i colloqui giungano a termine positivamente, però, ci sarà bisogno non solo dell’impegno di tutte le parti a collaborare, ma anche e soprattutto della fine dell’ingerenza delle potenze straniere, che trovano in Libano la valvola di sfogo per i loro scontri. La settimana scorsa, a seguito dell’annuncio dell’incontro di domani, un esponente politico appartenente all’opposizione filo-siriana è stato ucciso con un’autobomba. Segno che le potenze sunnite esterne non hanno gradito la ripresa dei colloqui. L’atto terroristico non ha però fermato i propositi delle parti in causa, che si apprestano a sedersi intorno ad un tavolo per una soluzione congiunta della crisi.

Un buon segno è che l’oltranzista leader di Hezbollah, Nasrallah, abbia aperto al dialogo incondizionato con la controparte sunnita del Paese. Le parole di Nasrallah sono sempre scrupolosamente pesate, dunque si potrebbe sperare che vi sia un’effettiva volontà di risolvere le controversie interne. Il dialogo non sarà facile, nella misura in cui si dovranno mettere da parte rancori trentennali, ma nella polveriera mediorientale un incontro come quello di domani potrebbe essere molto significativo. La popolazione libanese, vera vittima dell’instabilità nazionale, spera in una buona riuscita del dialogo e prega per una soluzione immediata allo stallo istituzionale. Poco importa se qualcuno pregherà Allah e qualcun altro il Dio cristiano: anche loro saranno d’accordo nel voler vedere la fine delle violenze.

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