Arrestato il boss Giuseppe Setola

By 15 Gennaio 2009 Marzo 5th, 2017 Attualità

L’ultimo suo atto era stato proprio quello, il 18 settembre scorso: 6 extracomunitari massacrati dai colpi delle mitragliatrici, a Castelvolturno, nel casertano. La firma del clan dei Casalesi, che comandano nella zona più di quanto possa arrivare a fare una qualsiasi altra istituzione statale, era apparsa evidente fin da subito. Da quel momento l’accento dei media e del mondo delle istituzione era stato posto nuovamente sulla priorità di catturare Giuseppe Setola, il boss dei boss, colui al quale fanno capi gli uomini della camorra in Campania: il re della Regione. Di lui si erano dette tante cose: che fosse diventato cieco, che fosse da tempo in rotta con i capi “tradizionali” della camorra (tra cui quel Francesco Schiavone, detto Sandokan), che volesse fondare una nuova organizzazione: la NCS (Nuova Camorra Speciale).

Come tutti i personaggi che vivono avvolti nel mistero e nelle speculazioni cui la latitanza porta, Giuseppe Setola, 38 anni, sembrava un fantasma. Sfuggente, irrintracciabile, imperscrutabile, oscuro e nascosto, sebbene la sua presenza si facesse sentire e si materializzasse a suon di raffiche di mitra e di sangue sparso per le vie dei Paesi del casertano. La sua figura era stata in qualche modo portata nuovamente “alla ribalta”, dopo la strage di Castelvolturno, grazie alle denunce dello scrittore Saviano nel suo bestseller Gomorra e, in seguito, alla trasposizione cinematografica del romanzo, che tanto successo ha riscosso nelle sale e presso l’opinione pubblica. Si tornava così a parlare di camorra, dei Casalesi, della loro morsa letale sul territorio martoriato della Campania. Ed il nome di Setola tornava prepotentemente di attualità.

Qualche giorno fa, la beffa ultima: individuato il suo covo, i Carabinieri se lo lasciano sfuggire sotto il naso, arrestando la moglie, mentre lui scappa per le reti fognarie di Trentola Ducenta, lasciando tutti di stucco. Era però il preludio all’ultimo atto della fuga di Setola, dopo che, nei mesi precedenti, tutti i suoi fedelissimi erano già stati arrestati, ed ora si aggiungeva alla lista sua moglie, oltre all’espropriazione di beni per il valore di 10 milioni di euro. Il cerchio intorno al boss si stringeva così sempre di più.

Fino a ieri, quel 14 gennaio 2009 che forse rimarrà negli annali, quando i Carabinieri individuano il suo nascondiglio in mezzo al centro abitato di Mignano Montelungo, al confine tra le province di Caserta e Frosinone. Non ha opposto resistenza, ai militari che lo ammanettavano pare abbia detto semplicemente: “avete vinto”.

Finisce così l’avventura di uno dei boss più spietati della camorra campana, mandante ed esecutore di diversi omicidi, cresciuto da ragazzino frequentando i circoli di Azione Cattolica e diventato, crescendo, l’incarnazione dell’antitesi dei valori che, in quei circoli, aveva sentito esaltare.

Un duro colpo per la camorra e una speranza per lo Stato di riappropriarsi di un territorio, quello della Campania e del Sud in generale, in cui troppo spesso la presenza istituzionale è sostituita da quella della malavita organizzata. Un colpo cui dovranno seguirne altri, cui dovrà seguire anche la battaglia dei “cuori e delle menti” tra la reticenza della popolazione di quella terra, così disillusi dalle troppe sconfitte incassate dalle autorità statali. Un colpo cui si guarda con soddisfazione, aspettando che altre centinaia, migliaia di persone, gente comune, possano guardare negli occhi l’entità statale e dire: “abbiamo vinto”.

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