Obama e Sanità: convocata sessione straordinaria del Congresso per accelerare la riforma

di 3 Settembre 2009Marzo 5th, 2017Attualità

Non c’era bisogno di vedere Sicko, il film documentario che Michael Moore ha presentato fuori concorso al 60° Festival di Cannes, né di leggere “ Le dieci cose che non saranno più le stesse” libro-denuncia del giornalista Federico Rampini (seppur entrambi definibili come veri e propri racconti-inchiesta, in grado di influenzare la conoscenza e la consapevolezza da parte della comunità rispetto a fatti di fondamentale importanza per l’opinione pubblica) per sapere che quello della sanità statunitense è uno dei problemi più grandi che Obama dovrà fronteggiare. Già negli scorsi mesi, infatti, nel presentare il più grande programma di infrastrutture finanziato dal governo americano dagli anni ‘50, il neo presidente degli U.S.A. aveva posto la questione della riforma del sistema sanitario al centro del suo “New deal”. Una vera e propria riforma di  “sustainable developement”.

Tra le trasformazioni annunciate per il 2009 il piano prevede non solo la riduzione dell’attuale gap tra le classi sociali in tema d’assistenza sanitaria, (attualmente sono oltre 40 milioni i cittadini, prevalentemente di ceto medio, che non hanno una copertura sanitaria, né da parte del settore pubblico, né da assicurazioni private) quindi di fornire maggiori garanzie di sostegno alle classi povere, ma anche l’ investimento in un processo di progressiva ri-modernizzazione ed “informatizzazione” del sistema sanitario stesso.

Una volta lanciato il guanto di sfida, Obama passa, all’azione. A pochi mesi da quel discorso, convoca una sessione straordinaria del Congresso a camere riunite, fissata per il prossimo mercoledì 9 settembre, per accelerare l’attuazione del suo progetto. Una decisione che incontra la volontà del suo stesso staff da una parte, e che dall’altra suona come una risposta cautelativa alle presunte ingerenze dell’opposizione nell’implementazione del piano stesso.

Nonostante, infatti, negli ultimi mesi Obama sia intervenuto a svariati incontri sulla riforma è il suo stesso gruppo di lavoro a ritenere che debba avere un ruolo più attivo ed entrare a definire “più nel particolare” i punti del suo “New deal”.  Così il presidente, che finora aveva lasciato al congresso di elaborare le proposte legislative sulla base dei principi generali su cui si vuole fondare la riforma, scende in campo per elencare a tavolino linee guida e definire le proposte legislative stesse.

Intanto mentre si aspetta il 9 settembre, le sensazioni sono contraddittorie. Se si pensa che indicatori importantissimi della cultura del “welfare state” di un paese siano pressoché inesistenti nello stato economicamente e politicamente più sviluppato del mondo, questo alimenta l’impossibilità di credere che si possa radicalmente colmare questa debolezza interna. Dall’altra la decisione di Obama di sostituire una compagnia sanitaria assicurativa pubblica, in luogo di quelle private, e di fornire una copertura sanitaria alla portata degli oltre 47 milioni di cittadini che ad oggi non hanno alcuna garanzia sanitaria (che seppur sembra costituire il minimo indispensabile visto che si parla della tutela di uno dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino) suona come un’idea assolutamente rivoluzionaria a fronte della “Malasanità”che ad oggi contraddistingue gli Stati Uniti d’America

Cosi crescono le aspettative da parte della collettività nei confronti dell’uomo che si trova ad occupare il più importante ufficio al mondo, su di lui grava il peso delle responsabilità, di azioni e parole, essendo incaricato di trovare un strategia risolutiva, in grado di scacciare nell’immaginario e nella sostanza, un’etichetta che da anni grava sullo stato americano, quella di “stato senza welfare”.

Aspettiamo quindi il 9 settembre per sapere che mosse farà Obama per iniziare una battaglia sociale ed ideologica che, al pari della “Great society” di Lyndon Johnson e dello “New deal” di Roosvelt potrebbe radicalmente cambiare qualcosa nella storia degli USA.

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