Affrontare la crisi con strumenti contro corrente, far calare il tasso di disoccupazione al 2% e far tornare la voglia ai cittadini di dire: io resto qui, perché il mio Paese tornerà a crescere. Non succede lontano dai noi e non si tratta di fantasia, ma di realtà. La realtà dell’Islanda che si è risollevata dalla crisi finanziaria prima e più efficacemente di qualsiasi altra economia europea. Il come lo spiega Ólafur Ragnar Grímsson, Presidente della Nazione.

Non abbiamo seguito le ortodossie prevalenti del mondo finanziario occidentale […]. Noi per esempio, abbiamo lasciato fallire le banche private” – e aggiunge – “non ho mai capito perché le banche siano in qualche modo trattate come Sante Chiese dell’economia moderna“. Hanno introdotto controlli sui capitali e hanno lasciato che la moneta seguisse il suo corso, anche svalutandosi. Fattore sicuramente controcorrente rispetto alla politica economica di altri Stati.

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Altro aspetto rilevante è che l’Islanda ha detto no all’austerità in certi campi, scegliendo di non tagliare sulla sanità e sull’educazione. Inoltre ha deciso di proteggere coloro che avevano un reddito basso.

Quello che la vicina Islanda ha forse capito prima degli altri è che questa crisi non era solo finanziaria, ma anche politica, democratica e sociale. “E se non si introducono riforme a tutti questi livelli, così come quelle economiche, non si è in grado di spingere la nazione a andare avanti” . Perché, come sottolinea Grímsson: “Un’economia è fondamentalmente una comunità di persone e, se le persone non si sentono fiduciose e non hanno la volontà di andare avanti, non importa che tipo di politica si tenti di implementare. Non si sarà mai in grado di avere successo“.

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