Le truppe degli Stati Uniti presto lasceranno l’Afghanistan. Le sorti del Paese non sono ancora chiare, ma potrebbero cambiare in meglio con il Summit di Istanbul, che inizierà dopodomani.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha promesso il rimpatrio di circa 3500 soldati ancora presenti in Afghanistan. Nonostante ciò il Paese è in preda a manifestazioni e insicurezza: vi sono ancora molte clausole da analizzare prima che gli afghani possano ritornare a essere liberi.

La possibilità di un pieno ritorno alla democrazia, in Afghanistan, sembra ancora lontana. Fra gli Stati Uniti e il presidente Ashraf Ghani, ci sono infatti i talebani: il gruppo terroristico che dall’inizio di questa lunga guerra, avvenuto il 7 ottobre 2001, ora chiede un governo ad interim.

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Nel febbraio 2020 gli Stati Uniti di Donald Trump, hanno firmato a Doha un primo negoziato con i talebani, senza coinvolgere il governo dell’Afghanistan. Questo sta creando un grande squilibro, con manifestazioni a Kabul e il coinvolgimento della Turchia come mediatore. Il Summit di Istanbul si aprirà fra due giorni, il 24 Aprile, e potrebbe cambiare, in positivo, le sorti del Paese.  Auspicando che gli interessi economici e quelli strategici non prevalgano sulla popolazione, la Turchia potrebbe mediare in maniera rilevante sulla situazione attuale.

Gli Stati Uniti e i negoziati con i talebani

Emily Small, americana laureata in scienze politiche, ora residente a Venezia, descrive le sue impressioni.

Ho sempre visto la guerra in Afghanistan come una storia senza fine. Molto spesso, quando arrivavano notizie di autobombe o attacchi, non ci facevo nemmeno caso, perché ormai ero completamente assuefatta nel ricevere questo tipo di informazioni. Mi trovavo negli Stati Uniti quando Barak Obama cercava di aprire i primi negoziati per l’uscita dal Paese: un’idea fallita in partenza, al punto tale da essere soffocata da altre notizie di rilevanza minore. Quando, lo scorso anno, Donald Trump, ha davvero iniziato i negoziati per il ritiro delle truppe, finalmente ho cominciato a credere che questa guerra inutile sarebbe terminata. Il problema è: cosa ne sarà dell’Afghanistan? La popolazione sicuramente perderà un collante e credo che ci saranno delle guerre civili. I talebani non hanno intenzione di accettare che la situazione politica rimanga quella di adesso. La gente comune sarà coinvolta e quel poco di libertà che aveva conquistato tornerà a essere in bilico.

Gli interessi economici e l’incertezza dell’Afghanistan

Ali Joudaki, cuoco afgano trasferitosi a Padova, illustra la sua titubanza e il desiderio di rivedere il suo Paese libero.

Il mio Paese è da anni nella morsa della guerra. Io sono scappato, ancora minorenne, con la mia famiglia per cercare un futuro migliore: è da dieci anni che non torno a casa. L’Afghanistan è stato messo in ginocchio, per troppo tempo. La notizia del rientro dei soldati negli Stati Uniti è una grande conquista, per anni abbiamo sperato che il mio Paese tornasse ad essere abitato solo da Afghani: ormai non avevamo più un’identità e in troppi siamo migrati per cercare di avere una vita migliore. Il problema è che gli interessi economici stanno, ancora una volta, prevalendo sulla vita delle persone. Se i talebani continuano ad opporsi a ottenere il rilascio di prigionieri politici e a cercare di ottenere un posto al governo, la situazione diventerà come quella del Myanmar. La popolazione è scesa in piazza per manifestare: Herat e Kabul gridano a gran voce per un ritorno alla democrazia e alla normalità, con la paura di ripercussioni e attentati“. 

Il Summit che potrebbe cambiare la storia fra Stati Uniti e Afghanistan

Il Summit di Istanbul potrebbe davvero delineare una linea di dialogo fra gli Stati Uniti e l’Afghanistan, cercando di mediare le richieste dei talebani. Se la Turchia riuscirà davvero a porre dei limiti, le sorti degli afghani potrebbero orientarsi verso un futuro più libero; se questo non dovesse accadere, nonostante l’uscita dei soldati americani, il Paese rischierebbe un lungo periodo di manifestazioni e caos.

L’Europa e la Cina non possono intervenire in questa scelta – continua Emily – in quanto non vi sono interessi economici; l’intero Paese, inoltre, è sempre stato un baluardo americano. Inoltre le trattative con i talebani vengono svolte in separata sede rispetto a quelle fatte con il presidente afghano Ashraf Ghani. Questo è evidentemente un problema: non c’è un dialogo diretto e, per esperienza, posso dire che questo rischia di accelerare il malessere collettivo. La Turchia sta cercando di porsi come intermediario, forse per interessi economici, ma anche per riportare una sorta di pace in un Medio Oriente ormai allo stremo. La Turchia di Erdogan si trova in una scacchiera politica che la vede sempre più coinvolta nella “questione libica” e sempre meno europea. In questi giorni si aprirà il Summit di Istanbul, che durerà fino al 4 maggio. Il lungo dialogo coinvolge anche Stati Uniti, Russia, Cina, Pakistan, Iran e India. Questo dimostra come la questione sia di grande rilevanza anche per i Paesi che confinano con l’Afghanistan. Intanto alcuni soldati torneranno negli Stati Uniti già a maggio, mentre i restanti entro l’11 settembre. Rimarranno nel Paese ancora alcuni membri statunitensi impegnati su fronti interni, circa 2500. Sperando che, nel frattempo, la democrazia si mantenga stabile e che i talebani accettino le proposte che verranno messe sul piatto, sono convinta che il Summit possa portare una nuova luce su questo Paese per troppo tempo rimasto nel buio”.

Stati Uniti, Afghanistan, talebani e turchi: i protagonisti del Summit

Gli Stati Uniti, che per anni hanno promesso di lasciare il Paese, potrebbero quindi ora creare un nuovo caos all’interno della fragile struttura politica; il Summit turco si terrà – finalmente – a Istanbul dal 24 aprile al 4 maggio 2021. Intanto, il portavoce talebano Mohammad Naeem, ha annunciano il 17 aprile che non avrebbe partecipato, se non fossero andati via dal Paese altri soldati americani, per poi ritrattare. In questa precarietà attendiamo con il fiato sospeso quale sarà il futuro del popolo Afghano e quali saranno le richieste imposte dai talebani.

Spero che il prossimo Summit di Istanbul – dice sorridendo Ali – che vedrà la Turchia come mediatore, possa risolvere la questione e far dialogare i talebani con il governo; ho paura che la nostra democrazia ancora una volta sarà colpita. Da alcuni giorni i talebani annunciano che non si presenteranno a Istanbul per poi smentire. Questo tentativo di attirare ancora di più l’attenzione e farsi attendere, avrà delle implicazioni sui negoziati. Sono però fiducioso nel forte impatto che potranno avere anche gli altri Paesi coinvolti nelle trattative: in particolare l’Iran e la Russia, da sempre in contrasto con i talebani e legati all’accoglienza dei profughi afghani in questi vent’anni. La storia del mio Paese potrà davvero cambiare in meglio, anche se lentamente.

Nel 2019 il presidente Ashraf Ghani è stato eletto democraticamente, seppur con difficoltà durante i brogli; quest’estate vi saranno le elezioni nella provincia di Ghazni, che potrebbero portare malcontento per i talebani, in particolare dopo la proposta di giustiziare alcuni prigionieri di Kabul. Il Summit quindi, arriva in un momento propizio che potrebbe frenare la pressione che i talebani stanno esercitando in questi giorni. Aspetto con ansia il giorno in cui potrò rivedere la mia terra, ma non sono sicuro che l’uscita degli Stati Uniti dall’Afghanistan si concluderà con un finale rapido e felice. Io mi sento afghano e spero di poter tornare presto in quello che per me è il Paese più bello del mondo ed è stato per anni un luogo democratico e libero”.

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