Recep Tayyip Erdoğan si è confermato Presidente della Repubblica turca con il 52% dei voti. Un risultato sicuramente prevedibile, sebbene alla vigilia delle elezioni lo sfidante Kemal Kılıçdaroğlu fosse dato in testa a numerosi sondaggi, ma che dimostra come il consenso nei confronti del Sultano non sia più così netto: per la prima volta negli ultimi vent’anni, ossia da quando Erdoğan è al potere, le elezioni si sono risolte al ballottaggio. Cosa succede ora in Turchia? Quali saranno le mosse di Ankara sullo scacchiere internazionale? E sul piano interno?

Perché Erdogan è riuscito a vincere ancora

Come riporta Eugenio Cau sul Post, nonostante la Turchia stia vivendo una grave crisi economica e umanitaria, Erdoğan è riuscito a vincere principalmente per tre motivi.

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  • L’opposizione non è riuscita a superare le grandi divisioni sociali e religiose che il Sultano è sempre stato bravo a sfruttare nel corso della sua carriera. Da quando è al potere, si è proposto come il difensore di quelle ampie fasce della popolazione turca che vivono in regioni economicamente arretrate e molto legate alla religione islamica, lontano dalle grandi città. Molti elettori sono convinti che solo lui possa difendere le loro istanze.
  • Nel corso della campagna elettorale, Erdogan è riuscito a mobilitare a proprio favore l’apparato statale e i media, garantendosi visibilità e attenzione.
  • Sebbene fosse l’unico candidato capace di tenere insieme i sei partiti che componevano la coalizione dell’opposizione, Kemal Kilicdaroglu è stato giudicato poco carismatico e dalle posizioni poco chiare, soprattutto nelle ultime settimane, quando ha provato ad ingraziarsi parte dell’elettorato conservatore promettendo di cacciare i profughi siriani dal territorio turco.

Cosa succede ora in Turchia

Nonostante le numerose sfide che attendono la Turchia, sia sul piano interno che su quello esterno, l’approccio di Erdoğan non dovrebbe cambiare rispetto all’ultimo mandato. Inoltre, la vittoria alle elezioni legislative, che gli ha garantito una maggioranza di 322 seggi su 600, gli permetterà di governare senza preoccuparsi dell’ostruzionismo dell’opposizione.

I dossier più spinosi per la politica interna riguardano la ricostruzione delle zone terremotate in seguito al sisma di febbraio e la gestione della grave crisi in cui versa l’economia turca, aggravata dagli effetti del Covid-19 e della guerra in Ucraina.

Per quanto riguarda il primo punto, Erdoğan ha promesso la costruzione di oltre 300.000 case. Molti, però, si chiedono se si tratti di una misura sufficiente per contenere l’impatto di una catastrofe i cui costi ammonterebbero a circa 103 miliardi di dollari, ossia al 9% del Pil turco per il 2023.

Un impatto, questo, dalle ripercussioni molto gravi, soprattutto per un Paese che si trova nel bel mezzo di una crisi economica come quella che sta vivendo la Turchia. Le politiche monetarie adottate dal Presidente turco, infatti, hanno portato l’inflazione al 50 per cento e a una grave svalutazione della lira, per la quale, negli ultimi mesi, nel tentativo di sostenerne il valore, la Banca centrale turca ha esaurito quasi tutte le sue riserve.

L’esito delle votazioni ha restituito l’immagine di un Paese fortemente diviso e polarizzato tra chi sostiene Erdoğan e chi invece rimane profondamente deluso dal suo sistema di potere: la sua rielezione sta creando grossa preoccupazione tra i suoi oppositori, i quali temono che questa rinnovata legittimazione possa amplificare le sue mire autoritarie e rendere la società sempre più intollerante.

Cosa succede ora alla politica estera della Turchia?

Come riporta ISPI, negli ultimi anni il Presidente turco ha fatto dell’attivismo diplomatico una chiave di volta del proprio successo: ha stretto forti legami economici con la Cina, ha intensificato i rapporti con la Russia e si è mosso con astuzia su tutti i fronti caldi. Primo fra tutti quello ucraino, dove Ankara è riuscita a bilanciare la propria posizione fra Kiev e Mosca svolgendo un ruolo di mediazione fondamentale per il raggiungimento dell’accordo sul granoLa Turchia, inoltre, si è confermata un alleato importante della NATO, sebbene ultimamente i rapporti con l’alleanza siano stati spesso caratterizzati da tensioni, sfiducia e risentimento reciproco. 

In ogni caso, nei prossimi anni è molto probabile che la Turchia continuerà con la sua politica di diversificazione: Erdoğan cercherà di dialogare con il regime siriano in chiave anti-curda e proseguirà nel processo di normalizzazione avviato con Egitto, Emirati Arabi Uniti, Israele e Arabia Saudita.

Come riporta Lucio Caracciolo su Limes, la Turchia si sente una grande potenza e sta vivendo una stagione di espansione imperiale che esalta le aspirazioni di gloria di gran parte della popolazione. Facendo continuo riferimento all’impero ottomano, sostiene ISPI, il Presidente turco non ha mai nascosto il suo obiettivo numero uno: riconciliare la Turchia moderna, nata sulle macerie di quello stesso impero, con il suo glorioso passato

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Marzio Fait

Marzio Fait. Mi occupo di comunicazione per il non-profit. Ho partecipato come observer alla COP 27 e alla COP28. Mi occupo di attualità, di diritti umani e di giustizia climatica. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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