Un diffuso pregiudizio occidentale ci fa sottovalutare i progressi tecnologici dell’Africa nella lotta al coronavirus.

Quante volte leggiamo articoli di giornale sul coronavirus in Africa, ma non solo, che rimandano genericamente al continente come se esso fosse un contenitore culturalmente omogeneo? Quante volte questo genere di articoli contiene immagini che si rifanno soprattutto al suo aspetto ambientale, come per esempio alla savana e alla fauna selvatica, quasi a comunicare implicitamente che non esista altro che questo?

Eppure parliamo di un continente chiaramente molto arretrato da tanti punti di vista a causa della colonizzazione occidentale ma che presenta comunque le sue eccellenze tecnologiche e di ricerca che quasi mai vengono menzionate. Un continente su cui la Cina, per esempio, sta facendo investimenti importanti. In poche parole, un territorio sterminato e molto popoloso che è sì in via di sviluppo, ma che presenta comunque grandi margini di miglioramento e innovazioni degne di nota.

Nell’articolo di ieri abbiamo parlato dell’approccio all’epidemia di molti Stati africani, della loro esperienza in campo epidemico e del pregiudizio che il mondo occidentale ha verso le capacità degli stessi Stati. Oggi vediamo invece quali effettive ricerche tecnologiche essi abbiano portato avanti e stiano sviluppando per la prevenzione e il monitoraggio della diffusione del coronavirus in Africa. Citando poi il singolare caso dell’artemisia annua in Madagascar, emblematico dal punto di vista del pregiudizio culturale che caratterizza il mondo occidentale.

Lotta al coronavirus in Africa: le ricerche di Senegal e Ruanda

Spesso i media mainstream tendono a rappresentare l’Africa come un continente omogeneo e completamente sottosviluppato. In questi anni, tuttavia, molti Paesi stanno facendo enormi passi avanti dal punto di vista della ricerca e della tecnologia.

Citiamo come nel precedente articolo l’esempio del Senegal. La rivista New Scientist, autorevole settimanale di divulgazione scientifica, ha raccontato di una ricerca per lo sviluppo di un kit per testare la positività al coronavirus che produrrebbe un risultato in meno di dieci minuti ed all’esiguo costo di un dollaro. Ad occuparsi di questo progetto sono i ricercatori di DiaTropix, un centro di analisi delle malattia infettive gestito dal Pasteur Institut di Dakar, in collaborazione con la società inglese Mologic. Un risultato, dunque, che permetterebbe ai Paesi della zona sub-sahariana di sviluppare una politica di prevenzione e monitoraggio ancor più efficace.

Un altro esempio di progresso tecnologico per il monitoraggio del coronavirus in Africa è quello del Ruanda. Come annunciato in un tweet dello United Nation Development Program del Paese centrafricano sono stati sviluppati degli smart robot antiepidemici. Quale la loro funzione? Effettuare una screening delle temperature, monitorare lo stato dei pazienti e conservare i dati nelle cartelle cliniche individuali.

Lotta al coronavirus in Africa: le ricerche di Nigeria e Mauritius

Ciò che si è detto finora non significa che l’Africa attualmente possa contare su un livello di preparazione e sviluppo tecnologico pari a quello dei Paesi occidentali. Come spiegato sul Financial Times da Christian Happi, direttore del Centro di Eccellenza per la Genomica delle Malattie Infettive alla Redeemer’s University, in Nigeria, «tecnicamente l’Africa non è ben preparata». Tuttavia se c’è un importante gap da colmare da questo punto di vista, il discorso è diverso se si parla di un altro aspetto essenziale:

In termini di comprensione delle malattie e di lotta con risorse limitate alle epidemie, l’Africa è molto meglio preparata perché affronta permanentemente scoppi epidemici.

Christian Happi

In questo senso vanno, come riportato dal sito di informazione Focus on Africa, le misure prese per esempio in Nigeria, il Paese con la popolazione più ampia di tutto il continente. Nel Paese bagnato da Niger e Benue si è infatti deciso di riconvertire oltre 400 macchine adibite a test rapidi per tubercolosi in funzione del coronavirus, così come si è deciso di formare squadre di professionisti per specializzare al trattamento e al monitoraggio dello stesso virus. Magari avendo la possibilità di sfruttare anche Avadar, un sistema di raccolta dati inizialmente pensato per la poliomelite ma che è stato riconvertito dal Regional Office for Africa dell’OMS per gestire l’emergenza coronavirus in africa.

Un altro caso che merita una menzione speciale è quello delle Mauritius. Come riportato da un articolo di Al Jazeera scritto da Caleb Okereke e Kelsey Nielse, rispettivamente giornalista e regista nigeriano il primo e assistente sociale in Uganda la seconda, il Paese situato nell’Oceano Indiano ha impostato un piano emergenziale caratterizzato da un lockdown, da investimenti su ammortizzatori sociali e strutture sanitarie, nonché da test diagnostici su larga scala che hanno portato a testare 100 mila persone in circa due settimane, ovvero il 10% percento della popolazione. Senza contare che il sistema sanitario mauriziano vanta un posto letto ogni circa 300 abitanti, ovvero più di quanti possano essere vantati da Paesi occidentali come Canada, USA e UK.

coronavirus in africa

Collaborazioni internazionali nel Continente Nero

Come già accennato, non si sta parlando solo di ricerche condotte completamente da personale e centri di ricerca nazionali. In questi mesi stanno nascendo e progredendo importanti collaborazioni internazionali volte riguardo la gestione e la ricerca. Come raccontato da The Vision, l’Africa Centres for Disease Control and Prevention si sta occupando per esempio del tema degli screening in aeroporto in collaborazione con il National Institute for Communicable Diseases del Sudafrica e con il già citato Pasteur Institut del Senegal. Una collaborazione che ha portato alla creazione di 35 laboratori specializzati nella ricerca sul coronavirus in Africa al fine di sviluppare e raccogliere dati utili alla ricerca, alla prevenzione e al monitoraggio.

Cosa ha prodotto questa collaborazione? Sicuramente policy importanti per la gestione dell’emergenza. Come riportato da Voice of America, al Blaise Diagne International Airport di Dakar, capitale senegalese, è stato istituito un team di esperti capaci di misurare la temperatura corporea dei viaggiatori con un sistema di monitoraggio video. Come riportato da un altro articolo di Voice of America, Il Senegal ha poi fatto scuola ispirando le misure prese dagli Stati dell’Africa Centrale, i quali hanno optato per misure di monitoraggio in particolare nei confronti di viaggiatori provenienti dalla Cina, importante partner commerciale di buona parte di essi.

Una nuova cura per il coronavirus in Africa? Il caso del Madagascar

Un caso di studio interessante è quello della promozione dell’artemisia annua come rimedio per il coronavirus in Africa e non solo, promossa da Andry Rajoelina, Presidente del Madagascar. Una situazione da analizzare sia dal punto di vista effettivamente scientifico sia dal punto di vista del pregiudizio culturale che il mondo occidentale nutre nei confronti del progresso nel Continente Nero.

Tutto comincia quando l’artemisia annua, pianta della famiglia delle asteraceae conosciuta anche come “assenzio annuale”, ha conquistato gli onori della cronaca dopo che Rajoelina ne ha decantato i suoi effetti benefici contro il coronavirus. La popolarità di questo presunto rimedio è diventata importante nei giorni successivi, tanto che il presidente malgascio ha iniziato a mostrare in numerose apparizioni pubbliche una bibita di color marrone ricavata proprio dall’artemisia annua, sottolineandone i suoi effetti benefici.

coronavirus in africa

Andry Rajoelina, Presidente del Madagascar (© Twitter)

Analisi scientifica e pregiudizio culturale

Afua Hirsch, giornalista di The Guardian, ha contattato Peter Seeberger, professore del Max Planck Institute of Colloids and Interfaces in Germania, il quale stava conducendo uno studio sui benefici derivanti da una diversa tipologia però della stessa pianta. Uno degli scopi di tale ricerca era quello di verificare eventuali benefici nella lotta al coronavirus testando tale pianta sulle cellule, con risultati a suo dire «molto interessanti». L’Organizzazione Mondiale della Sanità sarebbe in attesa di verifiche cliniche e mediche per capire se questa strada sia effettivamente percorribile. Ma qual è la questione dell’approccio culturale?

Circa venti Stati del continente hanno deciso di ordinarne la versione malgascia per combattere il coronavirus in Africa, dando così credito alla affermazioni di Rajoelina. Ciò ha creato una reazione scomposta da parte dei media occidentali, i quali hanno subito bollato il rimedio come una sorta di «erba magica», senza prima aspettare i risultati delle ricerche. La tesi di Rajoelina è che se non se ne è ancora parlato in Occidente è proprio della sottovalutazione dell’innovazione scientifica e medica africana. Questa infatti la sua provocazione, pubblicata da una TV francese:

Se fosse un paese europeo ad aver effettivamente scoperto questo rimedio ci sarebbero così tanti dubbi? Non credo.

Andry Rajoelina

Ha ragione il presidente malgascio? La tesi di Afua Hirsch è molto chiara:

Gli scienziati dovranno dire se la sua “cura” funziona davvero. Ma sugli atteggiamenti eurocentrici, ha ragione. Il continente africano ha una storia stellare di innovazioni per uscire dai problemi.

Afua Hirsch

Grazie alla tecnologia il coronavirus in Africa non accelera

C’è una totale sfiducia verso il progresso nel Continente Nero? Difficile generalizzare ma è indubbio che il coronavirus in Africa stia evidenziando quantomeno una sottovalutazione diffusa, dettata soprattutto da una scarsa conoscenza, da un pregiudizio culturale e da una percezione errata dell’Africa.

L’aspetto positivo è che sicuramente al momento, anche grazie ai loro investimenti tecnologici e alla loro esperienza su passate epidemie, la tanto decantata «ecatombe» prevista mediaticamente non stia realizzandosi. Attualmente il continente africano è il meno colpito insieme all’Oceania e quindi sta resistendo. Nonostante il pregiudizio imperante mediaticamente dovremmo fare tesoro della loro esperienza e del loro approccio all’epidemia.

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