Storie, emozioni, suggestioni dal 1° settembre al 13 ottobre. È arduo raccogliere e racchiudere tante esperienze e personalità in un unico luogo, ma il Festival del Viaggiatore riesce in questa titanica impresa con la spensieratezza e l’esperienza maturate in dieci anni. Come ogni viaggio che si rispetti, questo evento, a differenza di altri, si snoda sui binari dell’interiorità e della geografia.
Venezia, Bassano del Grappa, Asolo sono solo alcune delle località che vengono toccate da questo Festival itinerante, al cui passaggio ville e giardini intessuti di arte e storia ritornano a prendere vita e ad aprirsi al pubblico. Ci saranno decine di personalità provenienti dal panorama culturale italiano che consentiranno agli astanti di immergersi in realtà ed esperienze multiformi, di fare dei viaggi interiori per un tempo sufficientemente lungo, al fine di prendere consapevolezza di sé e della “follia” che salva.
Uno sguardo differente sulla realtà
Per renderci conto di che tipo di follia vuole farci partecipi il Festival del Viaggiatore, abbiamo contattato Giulia Cananzi, manager della comunicazione dell’evento. “Questo festival è nato per avere uno sguardo divergente sulla realtà, più ampio, meno standardizzato”, ci spiega.
Ampiezza che si scorge già dal formato stesso dell’evento. Quest’ultimo, infatti, mira a promuovere il territorio attraverso l’arte e la cultura, per mezzo di storie, percorsi, esperienze toccando diverse tappe venete. Diversi ospiti riflettono questa aspirazione di fondo e presenzieranno al Festival: il giornalista Antonio Caprarica, lo scrittore Maurizio de Giovanni, l’esploratore e produttore televisivo Beppe Tenti, la psicologa Daniela Lucangeli e tanti altri.
Uno sguardo divergente sulla realtà che, al contempo, è la vera chiave di lettura per farsi spazio nei luoghi e nella geografia interiore che temi e ospiti suggeriscono. Perché a rendere particolarmente difficile la quotidianità, oggi, è soprattutto l’incapacità di comunicare e di comprendersi. Incapacità di essere aperto all’altro e alla realtà mutevole e diversa, di cui il viaggio è metafora. La quotidianità che ci viene proposta è infatti nutrita da algoritmi che controllano gusti e sensazioni dandoci l’illusione di essere liberi. Ecco allora la necessità di “un festival che insieme sdrammatizza” e “propone più sfaccettature della vita tramite la storia delle persone” e che, conseguentemente, invita ad essere “un viaggiatore come tutti gli altri, confuso e in cerca di risposte”.
Grazie al contatto con ville, case e giardini dove sono transitati artisti e intellettuali di ogni genere, è possibile poi entrare in “osmosi inconsapevole con ciò che siamo stati e con ciò che forse possiamo ancora essere”. Cosa è l’uomo e, soprattutto, il viaggiatore se non “possibilità, bellezza, vita in continuo mutamento”, sottolinea Giulia Cananzi.
Il Festival del Viaggiatore come guida per conoscersi e ritrovarsi
Risulta dunque facile riconoscere che la follia alla quale si fa riferimento per descrivere il Festival del Viaggiatore, non è nient’altro che “uno sguardo divergente che sia capace di stare nella complessità per trovare nuovi modi di essere e di stare assieme”.
È interessante notare che, tra i simboli di questa complessità, vi sia una città in particolare come Lisbona. Luogo che ha dato addirittura il nome ad un “Progetto” del Festival. “Il Progetto Lisbona è l’approfondimento su una città, per raccontarla in modo diverso, pur partendo da elementi riconoscibili come Pessoa e il Fado”. Quest’ultimi sono infatti dei simboli di una cultura incarnata, visibile, rappresentabile. Due strumenti di accesso al cuore di una comunità, all’anima di un popolo.
Osservare Lisbona da questa prospettiva non solo consente di cogliere lo spirito portoghese in modo più profondo, ma permette di accostarsi al tema del viaggio come esperienza per ritrovarsi. “Scopri che il Fado (passione/creatività) ti riguarda. È nella musica napoletana e in quella di alcuni cantautori italiani come Lucio Dalla”, osserva Giulia Cananzi. Se si è consapevoli di questo, risulterà quindi difficile stupirsi del fatto che tra i pochissimi fadisti riconosciuti dai portoghesi, c’è proprio un italiano come Marco Poeta. “Dimostriamo, così, nei fatti, con l’esperienza e con le storie, che uscire da noi serve anche a ritrovarci” e che “ogni viaggio è una possibilità di cambiamento e di riscoperta”.
Le potenzialità del viaggio, come esperienza interiore, si riassumono in questa capacità di uscire da noi stessi e di ritornare più arricchiti di prima. Per tale motivo, forse vale la pena di accostarci a questa prospettiva propostaci dal Festival, per acquisire maggiore consapevolezza e maturità interiore.

