Più di 30 milioni di volumi degli archivi statali sono a rischio estinzione. La digitalizzazione, però, sta iniziando ad aprire nuove vie

 

Restauri assenti e degrado rendono difficile la consultazione di scritti, stampe, disegni e documenti storici. Ad aggravare il problema sono i furti registrati tra il 2011 e il 2019. La situazione precipita con l’emergenza da coronavirus che costringe la chiusura degli archivi, incentivando l’abbandono dei beni. Accade nel comune di Bisceglie, in Puglia, dove i documenti storici sono da mesi sbarrati al pubblico. Cresce dunque la necessità di digitalizzazione degli archivi per migliorarne la fruizione.

La ragione a tale mancanza si trova nel poco utilizzo dei volumi autentici. La consultazione tramite microfilm – supporto analogico che riproduce il documento in formato ridotto – pare sia infatti quella preferita ai polverosi libri. Di contro, però, le immagini rimpicciolite della riproduzione analogica ne compromettono la lettura.

Risulta dunque obsoleto l’attuale metodo di consultazione delle fonti originali. Motivo che spinge ulteriormente i lettori ad allontanarsi dal mondo degli archivi, preferendo sempre di più internet. Eppure la microfilmatura ha una sua sostituta 2.0 equivalente alla digitalizzazione: software e tecnologia permettono di riprodurre con facilità i manoscritti.

L’importanza della digitalizzazione

Oggigiorno in Italia la percentuale di archivi online è ancora bassa. Ciò nonostante la digitalizzazione appare fondamentale per ridare valore ai luoghi che detengono la memoria della nostra civiltà. Inoltre così si otterrebbe una vera democratizzazione della ricerca storica, incrementandone la qualità.

La restia apertura alle nuove tecnologie si riscontra già nelle scuole di specializzazione, troppo ancorate alla visione d’archivio come qualcosa di unico e immoltiplicabile. Tuttavia, già a inizio Duemila, arrivano negli istituti italiani le prime sperimentali metodologie di inventariazione tramite software.

Di lì a poco, in Toscana, nascerà il progetto AST (Archivi Storici Comunali Toscani) in collaborazione con la Scuola Normale Superiore di Pisa. Attraverso l’utilizzo dei linguaggi metadati, gli inventari inseriti in AST riescono a “ricoprire” un notevole arco di tempo storico ed estendersi in tutta la regione.

Firenze la città più aperta

Il primo archivio digitalizzato italiano è l’Archivio di Stato di Firenze, fruibile in rete grazie al progetto “Il Diplomatico” risalente al 1997. Del 2015 è invece il PAD (Progetto Archivi Digitalizzati) che vede la collaborazione della Scuola Normale Superiore di Pisa e della Società Informatica Umanistica. Il progetto riguarda le immagini relative alle 821 unità archivistiche più importanti della storia di Firenze: gli Statuti comunali (1292-1494), i Registri delle Provvisioni (1282-1532) e la Decima Granducale (1532-1832).

La digitalizzazione dell’Archivio Diocesano di Albenga-Imperia (SV)

Il lockdown dei mesi scorsi non scoraggia il prestigioso progetto di Alma Oleari, direttrice dell’Archivio Diocesano di Albenga-Imperia. La digitalizzazione degli archivi e, dunque, l’importanza di un catalogo online sono gli obiettivi principali del progetto. Obiettivi perseguiti senza particolari indugi durante l’isolamento domiciliare.

Mediante questi strumenti, i ricercatori possono – con maggiore puntualità e rapidità – consultare i documenti in archivio. A caratterizzare il progetto è una rete di relazioni tra documenti diversi: cosa che permette persino all’utente meno specializzato di orientarsi con facilità nella ricerca.

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