Le restrizioni legate al virus aprono un interrogativo molto attuale: sarà questo il futuro dell’arte?

Lo scorso 24 ottobre Billie Eilish ha tenuto un concerto in streaming che l’ha proiettata nello spazio, poi in fondo al mare e per finire su una panchina. Futuristici cambi di scena dovuti forse a effetti speciali di ultima generazione? No: la cantante ha dimostrato cosa può fare uno show musicale in streaming trasmesso in tutto il mondo.

Che sia stata proprio la musa della Generazione Z a farlo, non c’è da meravigliarsi: l’artista aveva già dato prova di non essere una star come tutte le altre. Ma il live Where do we go?, con il suo profetico titolo, interrogativo e provocatorio insieme, ha tracciato un solco tra l’esperienza musicale tradizionale e qualcosa di nuovo. Se durerà, lo scopriremo solo vivendo. Ma intanto abbiamo sperimentato come far sopravvivere alcune forme d’arte alla pandemia: e scusate se è poco.

Durante il lockdown dello scorso anno, abbiamo visto cosa può fare un artista durante una live sui social. Basti pensare agli esperimenti di visite guidate ai musei, come il tour virtuale degli Uffizi, le dirette improvvisate da casa di artisti musicali e dj (ma Facebook è corsa ai ripari, proibendone la condivisione) e persino il teatro. Billie Eilish ha solo alzato il livello, mostrando la potenza di fuoco della tecnologia contemporanea al servizio dell’infelice necessità del distanziamento sociale.

Muovendosi su un set tecnologicamente proiettato nel futuro, ha condotto gli spettatori collegati in streaming, per 36 dollari, in un viaggio dentro la sua testa, con scenografie all’avanguardia. Certo, il calore del pubblico che batte le mani spontaneamente, dopo ogni canzone, non si può sostituire: ma proiettare le facce degli spettatori collegati da casa nello studio può alleviare l’imbarazzo.

Il concerto in streaming

In Italia ci aveva pensato già Venerus, che lo scorso maggio aveva suonato in streaming in occasione della chiusura della Digital Week di Milano. Dal palco allestito nel Padiglione Ferroviario del Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci l’artista si era esibito per 800 persone collegate da casa: prezzo del biglietto 5,50 euro.

Il concerto di Venerus è stato trasmesso da Dice.FM, una piattaforma creata in Inghilterra che trasporta in digitale tutto ciò che è sempre stato live: festival, dj-set, conferenze e anche concerti. Se persino in UK, la patria dei festival live, il mondo dell’arte e dell’intrattenimento si sta spostando sul digitale, forse questa soluzione potrebbe essere più definitiva del previsto. La chiave è forse nelle parole di Giorgio Riccitelli, responsabile musicale di Dice, in Italia.

“Parliamoci chiaro, questi eventi non fanno guadagnare gli stessi soldi dei concerti tradizionali. Per farli serve la disponibilità dell’artista, che si mette in gioco abbassandosi il cachet. Stiamo vivendo un periodo di transizione, nel quale le multinazionali e i grandi artisti preferiscono aspettare direttamente il 2021, non avendo problemi di liquidità. La musica indipendente invece ha bisogno di lavorare. Nei prossimi mesi immagino un modello ibrido, nel quale ai concerti con i posti ridotti è affiancato lo streaming”.

Streaming: palliativo o condanna per l’arte?

Il pericolo connesso al concerto in streaming, dunque, è che finisca per penalizzare lavorativamente le categorie coinvolte nell’organizzazione degli eventi. Ma c’è anche un altro rischio connesso all’ipervalutazione di questo strumento: che l’esperienza insostituibile del contatto reale vada persa. È la stessa cosa assistere a un concerto in presenza o dal divano di casa?

In questo momento sacrificare un’esperienza ci sembra un giusto prezzo da pagare per contribuire ad arginare la pandemia, ma dopo? Torneremo alla normalità dei concerti live, dei giri ai musei e delle serate in discoteca, o la pandemia cambierà irrimediabilmente l’arte e il modo in cui la viviamo?

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