Il documento sottoscritto dai capi di Stato non è solo il frutto del Summit portoghese, ma richiama al cambiamento concreto che l’UE sta attuando per le società future di ogni Stato.

La Dichiarazione di Porto è il risultato tangibile del Summit tenutosi una settimana fa per onorare il Pilastro europeo dei diritti sociali elaborato nel 2017 e rimasto sempre inattuato. Per ovviare a questa lacuna il Presidente Antonio Costa ha promosso il Vertice per passare all’azione – condensato nello slogan “Time to deliver”- nel costruire “società più giuste, coese e inclusive, che non lasciano indietro nessuno”.

Concretamente questo documento si compone di 20 principi assimilabili in tre capisaldi:

  • pari opportunità e accesso al mercato del lavoro
  • condizioni di lavoro eque
  • protezione sociale e inclusione

La Commissione europea gli ha ridato vigore a marzo, presentando il Piano d’azione che fissa i tre obiettivi – ispirati esplicitamente ai suddetti – che aggiornano l’agenda strategica 2019-2024:

  • un tasso di occupazione di almeno il 78% per la popolazione compresa tra i 20 e i 64 anni
  • almeno il 60% degli adulti frequenta ogni anno corsi di formazione
  • ridurre il numero di persone a rischio di esclusione sociale o povertà di almeno 15 milioni di persone, di cui cinque milioni di bambini

L’apice di questa escalation è giunto con la fine del Summit, quando i 27 capi di Stato hanno accettato unanimemente di sottoscrivere i 13 punti che compongono la Dichiarazione di Porto.

Il principio “rivoluzionario” della Dichiarazione

Il nodo innovativo si nasconde proprio tra le righe del punto conclusivo, in cui si ratifica l’inserimento di un insieme di indicatori alternativi che misurino i progressi economici, sociali e ambientali da integrare al PIL come misura del benessere di ogni Paese.

L’assunto generale di partenza è la dichiarazione del Commissario per il lavoro e i diritti sociali Nicolas Schmit che “la mancanza di diritti sociali è un problema serio oggi per due europei su tre”, quello di arrivo è la presa in carico fattuale di una sfera che spesso appare – soprattutto nell’immaginario collettivo – troppo ideale e quindi evanescente, relegata allo status di “secondaria”.

Affinché questo modus pensandi venga sradicato, come per tutte le grandi rivoluzioni dell’epoca contemporanea, è necessario partire dall’alto.

In questo senso la Dichiarazione di Porto arriva con un tempismo ineccepibile, come ribadito dal Presidente Draghi al termine della sessione plenaria di pertinenza:

Il momento è la fine di un lungo viaggio nella tutela dei diritti sociali. Ci sono voluti quattro anni per una prima forma di coordinamento dei mercati del lavoro e dei diritti sociali. Un complesso di standard minimi con obiettivi quantitativi, date fissate e si spera un monitoraggio attento, intrusivo da parte della Commissione.

La presa di posizione compatta dell’UE dunque sul piano formale nobilita il peso specifico dei diritti sociali nella valutazione del livello di welfare di ogni Paese, rafforzando l’ottica che la ricchezza non vada contemplata solo come punti percentuale di prodotto economico.

Di conseguenza, sul piano sostanziale legittima l’inclusione di ambiti tradizionalmente percepiti come poco “produttivi” per la ricchezza tangibile tra le destinazioni d’elezione per investire consistenti risorse economiche delle casse europee.

Le condizioni di accesso al lavoro, di opportunità e di qualità di vita non sono più affare del singolo Stato ma di tutta la Comunità europea; che ha il diritto di controllare ma anche il dovere di contribuire.

L’incidenza del problema in Italia

In qualità di primo focus sia del Pilastro che del Piano d’azione sopra citati, il lavoro e i temi a esso connessi sono stati il tema della tavola rotonda a cui l’Italia ha partecipato più attivamente intervenendo in prima persona.

La priorità nel nostro Paese è supportata dai seguenti dati:

  • un italiano su quattro non è attualmente coinvolto in un percorso lavorativo o formativo (VS media europea 1:7)
  • un terzo della popolazione italiana vive al Sud, ma rappresenta solo un quarto della quota di occupati a livello nazionale
  • la differenza salariale tra uomini e donne in Italia è quasi doppia rispetto alla media europea che corrisponde all’11.3%

Gli strumenti che dà l’Europa

Per colmare questi gap sono state messe in campo varie soluzioni che rispondono rispettivamente ad ognuno di questi input critici:

  • lo stanziamento di sei miliardi di euro per riformare le politiche attive del mercato del lavoro grazie ai fondi dell’ormai noto PNR – applicazione italiana del Recovery Plan europeo e trasmesso ufficialmente alla Commissione lo scorso 30 aprile – la cui condizione imprescindibile dall’intervento di Draghi è che privilegino la destinazione di donne e ragazzi
  • l’investimento di 14 miliardi di euro per potenziare le infrastrutture del Sud Italia
  • l’adozione di una direttiva che assicuri la trasparenza retributiva così da “costringere” ad equiparare i livelli salariali fra generi

Un’altra soluzione annunciata durante il Summit da Draghi sarebbe inserire gli obiettivi sociali siglati con la Dichiarazione di Porto nel Semestre europeo, così da sottoporre ad un monitoraggio rigido e costante per perseguire i principi del Pilastro nelle politiche economiche di ogni Paese.

Un’ulteriore dimostrazione del supporto dell’Europa sta arrivando negli ultimi mesi anche dal programma SURE, un sussidio temporaneo ma tangibile alla disoccupazione in Europa – aggravata dall’emergenza Covid – del quale l’Italia è allo stato attuale la maggior beneficiaria.

L’Unione europea ha devoluto al nostro Paese più di un quarto dei 100 miliardi complessivi messi a disposizione dei Paesi richiedenti, per un ammontare di 27,4 miliardi di euro; addirittura un terzo del totale se consideriamo il totale dei fondi già erogati.

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Fonte: Commissione Europea

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