Il mio nome è Aslì e questa è la mia storia…

Nel 1931, due anni dopo la grande depressione del ’29, Albert Einstein scriveva che “[..] la crisi è la più grande benedizione  per le persone e le nazioni, perché  porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla  notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi  supera sé stesso senza essere ‘superato […]”.
Ecco, sono queste  parole di straordinaria attualità (al punto che sembra difficile pensare che non siano state scritte e pronunciate da qualche illustre contemporaneo) che fanno da cornice alla nostra storia. Una bella storia, di quelle che infondono coraggio e trasmettono speranza e ammirazione.

La protagonista si chiama Aslì Haddas, ed è una bella e giovane donna italiana di origine eritrea dalla corporatura esile, la  voce calda e lo sguardo intenso, sicuro e fiero di chi ce la mette tutta e guarda con positività al futuro. Mi accoglie in uno spazio annegato di luce. I colori e i libri, la fanno da padrone.
Siamo in una palazzina appena ristrutturata in via Chieti, una via privata alle spalle del trafficassimo Corso Sempione. Le finestre sono aperte, ma i rumori della città sembrano molto lontani. Aslì mi offre un caffè mentre un raggio di sole si posa su di una coppa al centro di un tavolo bianco. E’ un pezzo molto bello. Lo guardo, lei se ne accorge “l’hanno fatta i carcerati di Rebibbia quella, bella vero?” mi dice. Si, è davvero bella.
Mi guardo attorno e scopro che tutto qui dentro ha un’anima, un senso, un significato. Gli occhi di Aslì si illuminano di un bagliore particolare mentre mi spiega che la coppa, così come altri oggetti di arredamento fanno parte del progetto Artwo, un percorso che unisce l’arte contemporanea, il riciclo di materiali e l’impegno sociale.  Nulla è lasciato al caso. Tutto sta dove deve stare, in un ordine piuttosto caotico che richiama subito alla mente l’idea di multietnicità.

Aslì Haddas è un donna molto coraggiosa e determinata, ma anche molto umana. La sua storia (o meglio quella che qui raccontiamo) inizia nel 2011. La ragazza aveva 34 anni e un posto fisso. Da 10. Tutto scorre felice, uguale ma felice. I sogni sono nel cassetto e la realtà è un lavoro da tecnico informatico. Ma dietro l’angolo, la crisi. La sua azienda è costretta ad una fusione con un’altra per poter sopravvivere. L’aria cambia, gli umori si inaspriscono e la paura aumenta. Non per lei.

A  un possibile licenziamento, la ragazza antepone il coraggio e quell’idea, maturata negli anni vissuti a Londra dove si è laureata. “Volevo aprire un ostello” racconta “ma non uno di quegli ostelli blindati che ci sono qui in Italia, quelli che puoi entrare solo se hai la stanza, e ti senti un po’ isolato. No, l’ostello che volevo era di quelli che trovi all’estero, uno spazio di condivisione” .

Tornerà spesso sul concetto della condivisione (e a riprova della fiducia in questa parola, il Gogol ostello è molto più attivo sui social network che sul sito). Ed è forse questa la parola chiave, che ha ispirato il lavoro di questa donna che si sente italiana (e lo è a tutti gli effetti) ma che guarda al mondo in una prospettiva più ampia rispetto all’usuale.
Aslì sa di essere diversa. Ma non per il colore della sua pelle. Aslì è diversa perché nella crisi non ha trovato disperazione ma stimolo. “Ho cambiato approccio” ammette candidamente sorridendo. “Se hai rispetto del problema, la soluzione viene da sé“.

Torniamo dunque  al 2011. Così, senza nemmeno portarsi a casa il TFR a cui avrebbe avuto diritto, la giovane, supportata moralmente dalla madre (per tutti conosciuta come Zia Lou) e gli amici, decide di bussare alle porte di banche e fondazioni private per presentare il suo progetto.
L’inizio -si sa- non è mai semplice. Ci sono mille difficoltà, la diffidenza, la mancana di esperienza, la paura di un buco nell’acqua.
Ma alla fine, grazie a PerMicro e la Fondazione Welfare Ambrosiano ottiene i suoi primi 20.000 euro.
Non certo una cifra enorme, ma quanto basta per infondere fiducia nella sua impresa a tutti quei soggetti (le banche) che prima non le avevano creduto fino in fondo. Superato un grande scoglio però c’e n’è sempre un altro. Dove aprirlo? Dove mettere a frutto questi iniziali 20.000 euro?
E così, poco alla volta, dopo estenuanti visite e peregrinazioni per la città, il Gogol ostello (nome che deve più al gruppo Gogol Bordello che all’omonimo scrittore russo) trova finalmente la sua casa.

Negli anni successivi, Aslì procede per piccoli passi. Apre dapprima  il cafTè letterario, lo anima con una serie di attività tra cui mostre fotografiche, letture, incontri, aperitivi in lingua (i più gettonati sono lo spagnolo e il russo) e poco alla volta conquista di piano in piano il controllo di tutto lo stabile.
Il Gogol Ostello ha aperto ufficialmente nel maggio del 2013. “La prima prenotazione l’ha fatta una donna” confida sorridente, come se anche questo fosse un segnale di buon auspicio. La padrona di casa oggi vive qui, all’ultimo piano, sempre reperibile “come un medico di guardia” ride mentre ammira il suo lavoro e chissà quante memorie le passano per la testa.

Ammette che ci sono stati momenti di sconforto e di (quasi) rinuncia. Ma poi la vita e la voglia di viverla hanno superato ogni scoglio. E proprio come Einstein, anche questa ragazza ha scelto di “lavorare duro” , reputando “l’unica crisi pericolosa, la tragedia di non voler lottare per superarla”.

In bocca al lupo Aslì!

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