Qual è l’impronta carbonica di una maglietta? E qual è il costo, in termini di CO2, dei nostri cellulari? Sempre più spesso sentiamo parlare di carbon footprint (impronta carbonica) ovvero del costo ambientale, in emissioni di CO2, dei nostri principali consumi. Un concetto prezioso, che ha addirittura generato un vero e proprio mercato e che va di pari passo con un altro concetto: quello di “ciclo di vita” del prodotto.

Parlare di economia circolare senza allacciarsi a questi due concetti è un po’come star lì a pettinare le bambole: serve solo a “raccontarsela”, non è utile all’ambiente né, tantomeno, a noi. Ecco perché abbiamo deciso di approfondire queste tematiche in un’inchiesta.

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Economia circolare: che cos’è e cosa non è

Sull’economia circolare esistono, purtroppo (e sono molto diffusi) alcuni clichés che è utile stanare. Partiamo dalla definizione classica, quella del Parlamento Europeo secondo cui l’economia circolare rappresenta “un modello di produzione e consumo che implica condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento e riciclo dei materiali e prodotti esistenti il più a lungo possibile“. Se confrontiamo questa definizione con le notizie disponibili in rete, c’è subito una cosa che balza all’occhio. Anzi, due. Da una parte, si tende a parlare molto di economia circolare come se si trattasse di una questione di guinness dei primati. Ad esempio, stilando classifiche sui Paesi che hanno ottenuto i migliori risultati. Cosa che, ovviamente, lascia il tempo che trova.

Allo stesso tempo, la maggior parte delle notizie sul tema vertono su un aspetto specifico dell’economia circolare – il corretto smaltimento dei rifiuti – che in realtà non rende giustizia all’intero processo. Perché, non dimentichiamolo, l’economia circolare è anche un modello produttivo.

Ecco perché parlare di economia circolare concentrandosi solo su una parte del processo e prescindendo dalle altre fasi del ciclo di vita di un prodotto rischia di fare più male che bene. Il rischio è quello di alimentare dispercezioni che non aiutano a risolvere il problema delle emissioni.

Lo vediamo  su temi nevralgici come il fotovoltaico o le auto elettriche: strumenti utili, che però raramente vengono valutati al netto del loro effettivo ciclo di vita. Sappiamo che un’auto elettrica non produce emissioni durante il suo utilizzo effettivo ma sappiamo qual è l’impronta carbonica delle altre fasi del suo ciclo di vita: della sua produzione e del suo smaltimento, giusto per fare un esempio?

Il grosso delle informazioni diffuse dalla maggioranza dei media non verte su questi aspetti, cosa che – tra le varie forme di dispercezione – va a incrementare il “bias di disponibilità di informazioni”. Detta in pillole: in base alle informazioni che capto, mi faccio un’idea che andrà a influenzare le mie azioni. Informazioni parziali, incomplete e di cattiva qualità rischieranno quindi di generare idee e azioni sbagliate.

Qual è l’impatto reale sull’ambiente dei prodotti che acquistiamo di più? Cosa possiamo fare per cambiare?

E’ questo il problema da cui siamo partiti con la nostra inchiesta. Tanto per iniziare, abbiamo selezionato due fra le tipologie di prodotti più gettonate: abbigliamento (basti pensare al fenomeno della fast fashion) e devices elettronici (cellulari in testa). Tracciandone l’intero ciclo di vita – dal reperimento delle materie prime alla produzione vera e propria, dal tempo di utilizzo allo smaltimento – abbiamo cercato di capire quali sono le fasi di maggior impatto in termini di produzione di CO2 e abbiamo poi setacciato le soluzioni attualmente presenti sul piatto della bilancia.

Perché l’economia circolare non scada in un puro e semplice specchietto per le allodole – o peggio, nel greenwashing – è necessario lavorare per trasformarla in un modus vivendi a tutto tondo.

Aiutando i consumatori a sviluppare un approccio lucido e cosciente ai propri acquisti. Non tutto può essere riciclato, almeno per ora. Pensare di poter continuare ad alimenterare modelli di produzione e di vita iperconsumistici, basati sulla chimera della crescita continua, rischia solo di portarci dritti in un baratro. Per evitarlo, però (e questa senz’altro è una buona notizia) si può fare molto. Sia sul piano individuale che a livello collettivo.

Con questa inchiesta, abbiamo cercato di mettere le basi per aiutare chi ci legge a sviluppare una visione lucida e consapevole.

Tutti gli articoli dell’inchiesta

Il ciclo di vita di un cellulare e il suo impatto ambientale

Rifiuti elettronici: quanti ne produciamo e quanti vengono correttamente smaltiti e riciclati?

Economia circolare e smartphone: un progetto innovativo

Il ciclo di vita di una t-shirt low cost: ecco quanto costa all’ambiente una maglietta

Riciclo nel settore abbigliamento. A che punto siamo oggi?

Moda e ambiente: le soluzioni green per un tessile sostenibile

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Martina Fragale buonenotizie.it

Martina Fragale

Giornalista pubblicista dal 2013 grazie alla collaborazione con BuoneNotizie.it, di cui oggi sono direttrice. Mi occupo di temi legati all’Artico e ai cambiamenti climatici; come docente tengo corsi per l’Ordine dei Giornalisti e collaboro con l’Università Statale di Milano.

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