Anonymous contro TikTok: cosa ci insegnano le liti dal cyberspazio?

Anonymous contro TikTok

Il caso “Anonymous contro TikTok” rappresenta un neo del nostro secolo: le diatribe online. Spesso però si rivelano benefiche

 

Protagonista di questi giorni è la vicenda “Anonymous contro TikTok”. Un diverbio iniziato il 2 luglio con un tweet da parte della collettiva globale di hacktivist (hacker + attivisti) che accusava l’app cinese di fare spionaggio di massa. La vicenda pare si sia conclusa dopo pochi giorni con la revisione della app che, se installata nella versione Beta di iOS14, l’ultima versione del sistema oprativo di Apple, sarebbe stata fonte di malintesi. Nonostante la prontezza di risoluzione, è lecito osservare come siano in aumento accuse e ritorsioni nel web. Cause primarie del cyber-attack.

 Il Cyber-attack, un fenomeno in crescita

Tralasciando l’episodio “Anonymous contro TikTok”, casi di cyber-attack sono all’ordine del giorno. Nel 2019 il rapporto annuale della CLUSIT (Associazione italiana per la sicurezza informatica) registra un aumento di tale fenomeno del 91,2% rispetto ai precedenti 5 anni.

L’arma più usata dai cybercriminali è il malware, spesso sostituito dal ranmalware, una tipologia evoluta che limita l’accesso del dispositivo infettato, permettendo di poter chiedere un riscatto ai proprietari del computer. La maggior parte delle volte, però, il cyber-attack ha lo scopo di infangare i competitor di un’azienda per acquisire il monopolio.

Tuttavia il fenomeno è molto più sfaccettato di quel che si crede. Come ogni strumento reattivo e proattivo, anche il cyber-attack ha degli episodi sorti a scopi benefici. Episodi che smentiscono la storiografia costruitagli attorno.

Il lato positivo sconosciuto degli attacchi informatici

Dalla figura del white hat (hacker con certificato etico CEH che lavora per contrastare l’illegalità informatica) a The Team Impact, molte sono le figure e le vicende che costituiscono l’attacco informatico benefico. Spesso questi attacchi hanno a cuore la privacy dei dipendenti di aziende o degli utenti registrati in un sito web. Tale diritto infatti è sovente minacciato dalla noncuranza dell’azienda stessa o dall’obsolescenza di alcune piattaforme online.

Il caso della ALM (Avid Life Media) è emblematico: il 9 luglio 2015 la Ashley Medison, sito web commerciale di Toronto appartenente alla ALM, annuncia che il gruppo hacker The Team Impact ha trafugato dai propri server 25 gigabyte di dati di utenti registrati sul sito. Qualche mese dopo, The Team Impact rivendica la minaccia rendendo nota una falla del sistema del sito web in questione.

Secondo alcune testimonianze, farebbero parte del gruppo hacker molti ex dipendenti della ALM che avrebbero agito così per dimostrare la mancata garanzia alla privacy dei dati degli iscritti. L’azienda canadese infatti conservava i dati degli utenti, nonostante avesse predisposto un web form per la rimozione completa di tutti i dati a pagamento effettuato.

Tali fenomeni compongono una parte ancora poco discussa ma presente nell’online. Testimonianza della sua complessità e, allo stesso tempo, della foga “net-liberista” come direbbe Giuliano Santoro, dettata dall’ancora giovane processo normativo del web. Se negli anni Sessanta infatti ebbe inizio l’epopea dei sistemi di elaborazione e trasmissione dati, solo negli anni Novanta si assistette alla loro regolarizzazione giuridica.

Il cyberspazio è saturo di episodi come il recente “Anonymos contro TikTok”. Liti ed accuse di lungo o breve termine vengono segnalate a cadenza fitta. L’augurio è quello che, di pari passo ad un consolidamento delle normative del sistema di rete, il cyber-attack benefico possa essere maggiormente indagato e conosciuto.

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