Il coaching è “un intervento professionale di supporto (intermedio tra una consulenza e una seduta di psicoterapia) allo sviluppo della personalità del soggetto che vi si sottopone” (Treccani). Esistono molti tipi di coaching, ma si possono individuare tre macroaree di riferimento: life coaching, business coaching e sport coaching. Che sia perché viviamo in una società sempre più digitalizzata o perché in epoca pandemica le persone hanno più bisogno di supporto, il coaching sembra diffondersi molto rapidamente. Buonenotizie.it ha intervistato Mario Furlan, eletto “miglior life coach d’Italia” dall’Associazione Italiana Coach nel 2018, per capire qualcosa in più su questa professione.

Il coaching oggi

Il coaching è un lavoro affascinante, ma come si esercita? Mario Furlan risponde: «Il coaching è una metodologia di crescita personale in cui il professionista, cioè il coach, aiuta il coachee (il committente, n.d.r.) a raggiungere i suoi obiettivi: personali, professionali, sportivi ecc. Ritengo che il coaching migliore sia quello che chiamo “maieutico”, ispirato al metodo socratico: in cui, cioè, il coach non fornisce alcuna risposta, bensì aiuta il coachee a trovarla da sé, attraverso il dialogo e il confronto dialettico».

E chi ne può trarre maggior beneficio? Secondo Mario Furlan: «Chi è capace di mettersi in discussione e di assumersi la piena responsabilità della propria vita, rifiutando atteggiamenti vittimistici e di scaricare ogni colpa su altri. Un coach non può far cambiare qualcuno se quel qualcuno non è desideroso di cambiare. Il coach lo può accompagnare e indirizzare nel cambiamento, non costringere».

Com’è, oggi, il coaching? Mario Furlan afferma: «Fino a due anni fa, prima della pandemia, non concepivo il coaching online. Poi, per cause di forza maggiore, ho dovuto accettarlo. Oggi, oltre il 50% del mio coaching – e anche dei corsi di formazione – è online. I risultati non sono troppo dissimili da quelli del coaching dal vivo e dei corsi in presenza (che restano, a mio avviso, preferibili)».

Il supporto in epoca pandemica

Se le limitazioni della tecnologia rendono un po’ più ostico il lavoro, è pur vero che è proprio a causa della pandemia che questa professione sta diffondendosi. Mario Furlan afferma di aver notato un incremento di richieste negli ultimi due anni: «Provengono da tutte le categorie di persone che vivono male questi anni di totale incertezza nel futuro. Quindi chi lavora in proprio o ha un lavoro precario, i giovani e soprattutto le persone emotivamente vulnerabili».

Il coaching, quindi, è utile per vivere meglio questa situazione? Mario Furlan risponde così: «È ancora più utile di prima. Perché le persone, stanche da due anni di emergenza, divieti e controlli, oltre che dall’alternarsi di notizie contrastanti, sono sempre più tese. Con i nervi a fior di pelle, stressate, depresse e rabbiose. Non a caso psicologi e psichiatri non hanno mai lavorato tanto come in questo periodo. Soprattutto i giovani, privati della socialità, sono molto provati».

Libri sul coaching

Sono diversi i libri che trattano l’argomento, che spopola nella saggistica, e anche i manuali per la crescita personale (in qualsiasi ambito, più o meno specifico). Tra i più generalisti: “Il manuale del coach” di Robert Dilts; “L’essenza del coaching” di Alessandro Pannitti e Franco Rossi; “Coaching e neuroscienze” di Raquel Guarnieri e Paolo Baldriga; “Diventare coach” di Luisa Adani e Marina Fabiano. E c’è qualcosa anche per i tanti amanti della cultura giapponese: “Ikigai” di Bettina Lemke.

Il coaching è una professione in rapida espansione. Quante altre sfere toccherà nell’avvenire e, soprattutto, confermerà la sua popolarità dopo la pandemia? È presto per dirlo, ma al momento sembra avere buone prospettive.

 

Sofia Greggio

Sofia Greggio

Sofia Greggio, aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista. E tu cosa stai aspettando?

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