Anoressia, bulimia e altre patologie legate al cibo, in Italia costituiscono un problema di sanità pubblica importante. Secondo Laura Dalla Ragione, psicoterapeuta e Direttore del Numero Verde Nazionale SOS Disturbi Alimentari, i fattori socio-culturali avrebbero un ruolo di primo piano nella produzione di tali disturbi.

Da una ricerca del 2018, condotta dagli psicoterapeuti Riccardo Dalle Grave e Simona Calugi, emerge come le persone soggette a disturbi alimentari abbiano un rapporto problematico con il proprio corpo; la loro tendenza è giudicare sé stessi quasi esclusivamente in termini di peso e forma, percependosi come eccessivamente grassi.

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Come riportato dal Ministero della Salute, la cura dei disturbi alimentari prevede un approccio multidisciplinare, con interventi di carattere medico e psicologico. Data la rilevanza dei fattori socio-culturali nella produzione di questi disagi, una risposta al mito odierno della bellezza-magrezza proviene dal movimento body-positivity, che diffonde il messaggio per cui ogni corpo deve essere accettato e rispettato nelle sue caratteristiche peculiari.

I disturbi alimentari in Italia

I dati del Ministero indicano che ad oggi le persone soggette a trattamenti clinici per combattere anoressia, bulimia e binge eating, ossia l’assunzione incontrollata di una grande quantità di cibo, sono circa tre milioni. La dottoressa Dalla Ragione, nell’introduzione al volumeIl coraggio di guardare. Prospettive e incontri per la prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare“, definisce tali disagi come “un’epidemia della modernità“.

L’aspetto sociale dei disturbi alimentari

La psicoterapeuta identifica nella cultura una causa primaria nella produzione dei disturbi alimentari; a dimostrazione di ciò il fatto che anoressia e bulimia siano fenomeni esplosi nelle società industriali degli ultimi cento anni.

Dalla Ragione mette in luce come il modello estetico presentato dalla realtà socio-culturale attuale e dai media, incentrato su di una magrezza estrema, sia divenuto un imperativo culturale. In tale condizione, le persone cercherebbero di rendere simile il proprio corpo allo stereotipo dominante per essere accettate socialmente. Una risposta ai disagi provocati dai modelli estetici imperanti arriva dal Body Positivity.

Come nasce il Body Positivity

Il Body Positivity, identificato anche con l’acronimo Bopo, è un movimento sociale atto a contrastare i canoni estetici imposti dalla società, basandosi sul concetto per cui “ogni corpo è valido“. L’obiettivo è favorire l’accettazione e l’apprezzamento di tutti i corpi, indipendentemente dalla loro forma, dimensione e aspetto.

Bopo è l’evoluzione di “Fat Acceptance“, un gruppo nato in America nel 1967 allo scopo di rivendicare l’esistenza ed il valore delle persone grasse. Nel 1996 Connie Sobczak ed Elizabeth Scott fondano “The Body Positive“, organizzazione che offre corsi per aiutare le persone ad amare il proprio corpo anche se difforme dagli standard sia estetici che di genere.

La concezione di Bopo si è diffusa maggiormente nell’ultimo decennio, soprattutto grazie a donne che hanno iniziato a pubblicare sui social, in particolare Instagram e Tik Tok, immagini di corpi provvisti di caratteristiche considerate comunemente come imperfezioni: grasso, cellulite, acne e vitiligine. Tra queste, Barbie Ferreira, attrice della serie televisiva “Euphoria” e Alex Light, influencer con oltre 539mila follower e volto internazionale del movimento Body Positivity.

La diffusione del movimento e la realtà italiana

L’ideale “positive” si è fatto strada anche nel mondo della modaDolce e Gabbana, per esempio, nel 2019 ha introdotto capi femminili fino alla taglia 54, presentando nelle sfilate anche modelle oversize. Tuttavia, come indicato da un’analisi di Vogue Business, la rappresentazione delle taglie abbondanti in passerella ha subito quest’anno una forte frenata; nella tornata di sfilate della stagione autunno/inverno 2023/24, solo lo 0,6% dei look era plus-size, a dimostrazione di come una reale inclusività sia ancora lontana.

In Italia alcune influencer si sono rese portatrici dei valori “positivity”. Tra queste, spicca il nome di Laura Brioschi: influencer con più di 530mila follower e modella curvy, ha fondato il movimento #curvyisnotacrime.

Gli effetti della Body Positivity

Uno studio condotto nel 2019 dai ricercatori Rachel Cohen, Lauren Irwin, Toby Newton-John e Amy Slater ha analizzato quali effetti avessero sulle persone le immagini ispirate alla Body Positivity pubblicate sui social. Quasi tutti i corpi raffigurati nei post presentavano un peso da normale ad obeso ed erano dotati di caratteristiche lontane dai canoni estetici attuali: cellulite, gonfiore addominale, smagliature.

I risultati dello studio hanno dimostrato che l’esposizione a contenuti “positive” produce nel soggetto un miglioramento dell’umore e una maggiore soddisfazione per il proprio corpo. Tuttavia, l’altra faccia della medaglia rivela come dopo la visione di tali immagini vi sia stato un incremento del livello di auto-oggettivazione, cioè la tendenza del soggetto a considerarsi come una cosa. La Body Positivity, dunque, non è una risposta ai modelli attuali esente da problematiche.

Bopo: amare il proprio corpo non assicura sempre la felicità

Giorgia Varallo, psicologa e ricercatrice presso l’Istituto Auxologico di Verbania, in un’intervista al portale Pazienti.it, ha parlato degli aspetti negativi della Body Positivity. A detta della specialista, un limite del movimento sta nella grande attenzione che viene comunque riservata al corpo, considerato come valido non in virtù delle sue funzioni ma del suo aspetto; il focus, quindi, resterebbe comunque concentrato sulla bellezza estetica, benché declinata diversamente.

Nel pensiero “positive“, inoltre, amare il proprio corpo permetterebbe il raggiungimento della felicità e della sicurezza in sé stessi. Questo messaggio, secondo la terapeuta, può essere controproducente: in primo luogo perché l’amore per il proprio corpo non garantisce necessariamente la felicità; in secondo luogo, porre come obiettivo quello di piacersi a tutti i costi può risultare ulteriormente frustrante, qualora tale risultato non venga raggiunto. Quando l’obiettivo è amarsi, spiega la dottoressa, “inizia la rincorsa a trovare il modo di piacersi, e questo nel recupero dei disturbi alimentari può essere un problema”. Secondo la specialista, il maggior beneficio risiederebbe nell’occuparsi del proprio corpo nella misura che ne garantisca la salute, cercando il proprio valore in altri aspetti costitutivi della propria persona.

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Carlotta Mantovani

Mi sono laureata in filosofia per cercare di comprendere il fondamento dei fenomeni. Questo interesse si è poi veicolato verso la dimensione morale, portandomi a cercare di analizzare le questioni inerenti la società e le nuove tecnologie. Vorrei fornire un’informazione capace di abbracciare questi temi prospettando anche soluzioni alla complessità della realtà. Da qui la scelta del giornalismo costruttivo. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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