Benessere non significa solo salute fisica e si può godere di una vita soddisfacente anche in presenza di patologie. Secondo il XXII Rapporto sulle politiche della cronicità, le malattie croniche interessano 24 milioni di italiani, con effetti negativi anche sulla psiche. Considerarsi malati è spesso fonte di ansia, senso di fallimento e impotenza, basti pensare che il 30% dei malati cronici soffre di depressione rispetto al 5-7% della restante popolazione, dati che mostrano l’esigenza di ripensare i concetti di salute, benessere e malattia.

La filosofa Elisabetta Lalumera risponde a questo bisogno nel libro “Stare bene” (Il Mulino), in cui sostiene come la salute fisica sia più della semplice assenza di patologia e rappresenti solo uno degli aspetti del benessere, concetto che abbraccia anche la dimensione affettiva e sociale. In linea con quanto dichiarato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la filosofa amplia il concetto dello stare bene per rivalutare sé stessi e la propria qualità di vita.

Salute: non solo assenza di malattia

Il pensiero comune tende a identificare il benessere con la salute fisica, da intendersi semplicemente come assenza di malattia. Organi e sistemi del corpo funzionano in base a determinate norme e la patologia è deviazione da queste ultime. Tuttavia, questo concetto di salute è limitato: non essere nella norma non significa necessariamente essere malati.

La patologia come anormalità non è necessariamente legata a sofferenza o danno”, scrive Lalumera. Ci sono patologie che possono rimanere asintomatiche per molto tempo e tumori che, pur presentando le caratteristiche della patologia neoplastica, nella maggioranza dei casi non incideranno sul benessere e sulla funzionalità organica. “Chi li ha è sano o malato? Per il concetto del patologo è malato; tuttavia, l’oncologo consiglierà di non fare nessuna terapia. La patologia non sempre coincide con la malattia”, conclude l’autrice.

Ripensare la salute fisica, sottolinea la filosofa, significa definirla come capacità di fare: “Sono in salute quando sono in grado di fare ciò che per me è normale, vitale”. Si tratta di una concezione che mette in primo piano il paziente rispetto al medico, nel senso che spetta al soggetto stabilire se è malato o meno. Se quel problema non impatta negativamente sulla conduzione della propria vita, non si tratta di malattia, ma solo di anormalità. Ciò permette di parlare di salute anche per le persone clinicamente malate, come gli anziani o chi soffre di condizioni croniche.

Ripensare la salute come benessere oltre la malattia

Per l’OMS la salute è uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non solo l’assenza di malattie o infermità. Si tratta di un concetto olistico, poiché riguarda la persona nella sua totalità, nonché positivo, perché definisce la salute non attraverso la mancanza di malattia, bensì attraverso la presenza di qualcosa, il benessere.

Coerentemente con la propria età e condizione, per stare bene è sì basilare la salute fisica, ma lo è altrettanto vivere emozioni positive, contare su una vita affettiva e sociale soddisfacente, come pure dedicarsi a interessi che possano dare un senso alla propria esistenza. Si tratta di fattori che incidono anche sull’aspettativa di vita, come dimostrato da una ricerca condotta dalla Veterans Affairs Boston Healthcare System e pubblicata sul Journals of Gerontology, secondo la quale essere felici permette di vivere più a lungo.

La malattia non esclude il benessere. Se, pur soffrendo di una patologia fisica, si è in grado di compiere le attività essenziali della vita e si è circondati da affetti e interessi, la vita può ancora considerarsi qualitativa.

In questa prospettiva si può stare bene anche con una malattia grave, a 90 anni: “Il benessere di una persona anziana potrà significare essere in grado di curare il giardino, finire il cruciverba, sorridere di cuore insieme ai familiari – scrive Lalumera – È troppo poco per dirsi sto bene? Non lo è, perché benessere significa, soprattutto, fiorire nella propria totalità di persona”.

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Carlotta Sganzerla

Carlotta Sganzerla Mantovani

Mi sono laureata in filosofia per cercare di comprendere il fondamento dei fenomeni, la dimensione morale, portandomi ad analizzare questioni inerenti la società e le nuove tecnologie. Abbraccio questi temi prospettando soluzioni alla complessità della realtà. Da qui la mia scelta del giornalismo costruttivo. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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