Smart working e assetto urbano: la nuova era delle “città aumentate”

di 19 Giugno 2020Giugno 30th, 2020Ambiente, Lavoro, Società
smart working e assetto urbano. La nuova era delle “città aumentate”. L’era post-Covid accelera i fenomeni di digitalizzazione già innescati dalla digital disruption. L'urbanista Maurizio Carta ci racconta come uno di questi fenomeni, lo smart working, possa giovare sul volto delle città

Il post-Covid accelera la digital disruption. L’urbanista Maurizio Carta ci racconta come lo smart working possa avere un impatto positivo sulle città

 

L’incremento dei bitcoin, l’e-learning, il food delivery e lo smart working sono fenomeni che rendono ancora più tangibile quella panoramica definita da Luciano Floridi come quarta rivoluzione”, in cui l’ambiente è «digitale e al contempo analogico».

L’urbanista Maurizio Carta – professore di urbanistica all’Università degli Studi di Palermo e autore di The Augmented City (List Editore) – indaga da anni l’aspetto delle città del futuro. Le definisce “città aumentate” capaci di sorpassare l’attuale impasse creatasi tra la città policentrica del ‘900 e la città del ventunesimo secolo. 

L’urbanista si sofferma sull’era del Neoantropocene, un termine coniato da egli stesso in cui subentrano quattro tipi di progressi: creativo, ecologico, sociale e digitale. All’interno di questa trasformazione, il fenomeno dello smart working contribuisce senz’altro a formulare un assetto urbano più equo e ridistribuire autosufficienza ai quartieri cittadini. Il fenomeno – riconosciuto in Italia dal 22 maggio 2017 – è oggi utilizzato in modalità permanente da big come Twitter e Google. Quali però i benefici effettivi e quali i rischi?

Il modello di città aumentata 

La società, coi suoi cambiamenti, è da sempre il riflesso dell’edificato. Secondo i dati Istat del 2019, in Italia solo il 33,2% è composto da famiglie con figli. La restante parte della popolazione invece è costituita da soggetti singoli o separati.

Attualmente il volto delle città non restituisce la realtà sociale e appare inadeguato. L’esperienza Covid-19 ha inoltre interrogato l’Italia sull’arretratezza del mercato digitale e delle infrastrutture mobili. Elementi in grado di contrastare un’emergenza, connettendo i consumatori con grandi e piccole aziende dislocate o irraggiungibili causa lockdown.

«L’ho chiamata “città aumentata” – asserisce Maurizio Carta – perché è una città reale ma amplificata dal digitale, dal sociale e dal culturale, e che, quindi, ha un urbano più vivibile e qualitativamente più elevato e sicuro. La città italiana, policentrica e organizzata in quartieri, è stata sempre un modello interessante e importante finché non si è scelto di abbandonarlo per portare avanti il modello americano con un iper centro denso di attività e una periferizzazione.

Il modello vincente è quello dei quartieri autosufficienti, che hanno una propria vita culturale e sociale, ma sono, al contempo, aperti alla frequentazione da altre parti. Una città arcipelago di diversità piuttosto che una città monocentrica. Questo modello ha la capacità di sviluppare densità positiva e abitazioni collaborative organizzate in comunità. Tutto ciò oggi ci consentirebbe di eliminare il concetto di periferia e tornare invece a forme differenziate di vita urbana all’interno delle nostre città».

La scelta dello smart working e le adeguate precauzioni

Per far sì che prosegua l’esperienza dello smart working bisogna che essa si dimostri integrativa e in grado di ridurre spostamenti non necessari. Le aziende dunque dovranno investire su infrastrutture IT con reti virtuali private, sicure, e garanti di scambio dati. Sì ai collaboration tools, cloud computing e task purché accompagnati da costanti aggiornamenti antivirus.

«Nei confronti della città – continua l’urbanista – attraverso lo smart working si possono raggiungere due risultati: quello di distribuire i luoghi del lavoro in tutto il tessuto urbano, evitando la concentrazione in determinati luoghi produttivi; e quello dell’interscambio intelligente di dati.

Se il telelavoro sarà invece perseguito con vecchie formule per cui ogni singola amministrazione gestisce i propri dati digitali senza poter accedere a tutto il sistema dei dati integrati con altre realtà, avremo sprecato un’occasione.

Cominciamo allora a utilizzare in maniera integrata tutti i dati, con certificazioni e con la dovuta sicurezza, in modo da facilitare procedure e prendere decisioni sempre più consolidate perché basate sull’integrazione e sul confronto. Ciò ridurrebbe i tempi del lavoro e aumenterebbe l’efficacia delle decisioni pubbliche e private.

Nel caso italiano, per evitare gap tra regioni, si dovrebbe pensare a un grande progetto-paese sulla digitalizzazione collaborativa».

La panoramica mondiale

La trasmissione dei dati attraverso lo smart working è fondamentale. Appaiono attualmente consolidati due modelli mondiali: quello asiatico e quello americano. Il primo fa perno sull’avanzata attitudine alla digitalizzazione; il secondo è basato su big company e su un forte accentramento dei profitti legati all’economia digitale.

«C’è poi un nascente modello europeo – conclude Maurizio Carta – fatto di sperimentazioni diversificate, che comincia a interrogarsi sulla sovranità popolare dei dati e sulla loro democrazia. Ci sono delle esperienze importanti a Barcellona e in Francia in cui si utilizzano, senza tralasciare il rispetto della privacy, dati aperti a disposizione di tutti i cittadini e di tutte le imprese. Dati non solo appartenenti alle multinazionali o ai big player, così che diventino parte integrante dei diritti di cittadinanza».

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