L’Occidente si sta finalmente rendendo conto che c’è altro oltre a sé?

L’attitudine delle popolazioni occidentali a considerare la propria cultura in qualche modo superiore alle altre è una prospettiva discriminatoria da cui forse stiamo piano piano uscendo.

 

Vi siete mai chiesti come vengano studiate materie scolastiche come per esempio storia in un Paese dell’Occidente come il nostro? Noi italiani siamo abituati a passare dalle civiltà mediorientali per poi spostarci verso la nostra Penisola, con l’avvento dei Romani. Grandissima concentrazione in seguito su Rinascimento e Risorgimento, tornando poi ad una visione più internazionale in occasione delle due Guerre Mondiali.

Perché ciò? Perché ogni cultura nazionale tende a studiare in maniera più particolareggiata la propria storia. Questo aspetto costituisce un problema? Assolutamente no fin quando non implica un giudizio di valore verso la storia altrui, considerata in tal caso meno dignitosa e di minore importanza. «Questione semplicemente di prospettive», diranno i più. Tuttavia, se è oggettivamente difficile trovare un equilibrio tra la proprie priorità e quelle dell’ambito internazionale, quanto è più difficile avere una visione ancora più larga? Se il passaggio tra la priorità a noi e la priorità agli altri è così profondo, quanto è profondo rivedere come cambia la nostra percezione della storia mettendoci nei panni degli altri? La risposta è chiara: è profondissimo. E questo è una delle conseguenze del cosiddetto occidentalocentrismo.

Che cos’è l’occidentalocentrismo?

Per “occidentalocentrismo”, secondo l’Enciclopedia Treccani, si intende una «considerazione del mondo occidentale come centro degli interessi e degli equilibri mondiali». Ma non solo dal punto di vista del potere economico, anche dal punto di vista dell’influenza culturale. Si parla dunque di un’attitudine, esplicita o nascosta nel quotidiano, che spinge gli abitanti occidentali e non solo a considerarsi appartenenti ad una cultura differentemente importante.

Questa inclinazione nasconde tre pericolose derive. In primo luogo il fatto di credere che la cultura d’Occidente sia non solo differente, ma superiore. In secondo luogo il fatto di non capire che ogni evento può essere interpretato con chiavi di lettura differenti in funzione della propria cultura di appartenenza. In terzo luogo, infine, la credenza del tutto infondata che si possa parlare di cultura dell’Occidente come se essa fosse un contenitore del tutto omogeneo e precisamente definibile.

Come se in Francia ci fosse lo stesso sistema di valori e di visione del mondo che vige negli USA, così come quello tra Italia e Germania, per fare altri due esempi casuali. Sicuramente ha senso riferirsi genericamente alla “cultura occidentale” per alcuni tratti e caratteristiche comuni, come per esempio l’attenzione per la tecnologia, un sistema economico genericamente di stampo capitalista, un’impronta se vogliamo positivista e una spiccata tendenza ad egemonizzare la cultura globale. Ma rimangono caratteristiche tuttavia non sufficienti a riferirsi ad essa come ad una macrocultura unica composta da elementi coesi, compatti ed amalgamati.

Il soft power esercitato dai Paesi d’Occidente

Una delle definizioni di potere più utilizzate in ambito sociologico è quella che lo descrive come la capacità di modificare potenzialmente il comportamento degli altri. E qual è la tipologia di potere che ha maggiormente plasmato il corso della storia nei tempi? Sicuramente il potere coercitivo, ovvero ottenuto con l’utilizzo per la forza. Ma essa non costituisce l’unico strumento di potere.

Esistono altri modi per esercitare il proprio potere nei confronti degli altri. Un esempio può essere quanto gli USA influenzino, indipendentemente da un giudizio di valore, la cultura altrui con la propria cinematografia oppure con la tecnologia come quella di grandi compagnie come Apple e Microsoft. Stiamo parlando quindi di soft power, ovvero la capacità di attrarre, cooptare e modellare le preferenze degli altri attraverso per esempio la cultura e i valori. Questo concetto fu introdotto da Joseph Nye nella seconda metà degli anni Ottanta. «La miglior propaganda non è propaganda», disse il politologo e docente ad Harvard, poiché «la credibilità è la risorsa più rara».

Occidente Nye

“Indiani Americani” e film Western

Si può affermare che la cultura dell’Occidente abbia esercitato un soft power nei confronti delle altre culture nell’ultimo secolo? Assolutamente sì e proprio in questo senso consideriamo un esempio lampante: quello della nostra concezione dei cosiddetti “Indiani d’America”, sia nella forma sia propriamente nel contenuto.

Dal punto di vista della forma si rifletta sulla loro denominazione. Cosa ha a che fare l’India con i Nativi Americani? Quando nel 1492 l’esploratore Cristoforo Colombo partì da Palos de la Frontera, in Spagna, la sua intenzione era quella di trovare una nuova via commerciale per le Indie. Un’impresa straordinaria per l’epoca che ha avuto però conseguenze drammatiche per la popolazione indigena, che da quel momento ancora oggi viene definita da molti come composta dagli “Indiani d’America”. Quasi come se non godessero di una propria identità se non riflessa da ciò che gli occidentali dell’epoca credevano di avere davanti.

Passiamo ora all’aspetto di contenuto. La maggior parte di noi avrà visto almeno un film del filone Western nella propria vita, nella maggior parte dei quali vige un minimo comun denominatore: la visione positiva del cowboy moderno ed eroico e quella negativa dell’indiano, selvaggio e fuori dal tempo. Le pistole contro gli archi e le frecce come metafora di una visione totalmente occidentalecentrica.

Un filone per esempio contrastato da un capolavoro come il pluripremiato Balla coi lupi, diretto e interpretato da Kevin Costner nel 1990 e tratto dall’omonimo romanzo di Michael Blake. Una trama ambientata durante la Guerra di Secessione nel 1863 che vede il protagonista, il tenente unionista John Dunbar, cambiare la sua prospettiva e iniziando a considerare i Sioux come il suo vero popolo.

Eppure stiamo parlando di un vero e proprio genocidio che in circa 500 anni ha tolto la vita ad un enorme quantitativo di persone: tra i 50 e i 100 milioni le vittime, una strage con pochi eguali nella storia. Se proprio dovessimo simpatizzare per qualcuno siamo sicuri che la cultura cinematografica ci abbia portato verso la direzione giusta?

Nativi d'America

Weltanschauung e felicità in Occidente

L’egemonia culturale dell’Occidente deriva probabilmente proprio dalla Weltanschauung occidentale. Questo termine tedesco, appartenente alla cultura filosofica tedesca ma applicato anche alla società, non trova una traduzione lessicalmente precisa nella lingua italiana. Più generalmente con Weltanschauung potremmo dire che si intende la visione o concezione che qualcuno ha del mondo, in questo caso da parte delle popolazioni d’Occidente.

In che modo si differenzia la concezione occidentale del mondo da quella di altre popolazioni? Spesso tendiamo a pensare che la felicità debba essere per forza dipendente dal progresso scientifico. Riusciamo ad immaginare la nostra vita su un’isola deserta senza smartphone? La quasi totalità della maggioranza di noi direbbe di no. Questo perché la nostra concezione di felicità non è assoluta, bensì relativa alla nostra Weltanschauung. Pur non avendo questa possibilità anche un abitante della Papua Nuova Guinea, il cui stile di vita è sicuramente differente dal nostro, potrà rincorrere il suo concetto di felicità. Ma nessuno dei due può affermare che il suo concetto di felicità sia più gusto o sbagliato. Sono semplicemente differenti e da questo punto di partenza si aprono spiragli enormi di rispetto ed accettazione reciproca, soprattutto internazionale e interculturale.

La Russia come esempio da studiare fuori dall’Occidente

Un case study attuale può essere quello della Russia. Un paese che non definiremmo connesso alla cultura d’Occidente ma che per forza di cose, soprattutto diplomatiche e geografiche, è sempre stato a contatto con la culla del pensiero occidentale: l’Europa.

Siamo così sicuri che se i russi potessero scegliere opterebbero per un sistema politico differente dal loro? Secondo un sondaggio del Levada Center, uno dei più autorevoli centri russi di studio, alla domanda “La Russia ha bisogno della democrazia?” ha risposto sì il 56% del segmento di popolazione che ha votato. Alla domanda “Qual è la cosa più importante per lo sviluppo della democrazia in Russia?” i votanti hanno risposto “libertà di parola, di stampa e di religione” con il 35%, “ordine e stabilità” con il 29% e “sviluppo economico” con il 26%.

Occidente Putin

Ma andiamo oltre. “Quale sistema politico è migliore per la Russia, quello sovietico, quello attuale o quello occidentale?“, un’altra domanda, a cui la risposta più votata è stata “un sistema politico nazionale, basato sulle tradizioni russe“. Siamo dunque così sicuri che si possa valutare la situazione politica e culturale altrui senza cercare, come dicono gli inglesi, di “indossare prima le loro scarpe“?

Niente cambia se prima non c’è movimento

Estendendo al massimo il concetto di occidentalocentrismo abbiamo indizi che ci fanno ben sperare. Uno su tutti il movimento Black Lives Matter, il quale è stato capace di sensibilizzare il mondo circa le discriminazioni che affrontano quotidianamente le popolazioni afroamericane in disparati Paesi e in disparati contesti sociali. Ma la conseguenza più importante di questo movimento è stato di astrarre il concetto di discriminazione razziale portando l’attenzione verso la discriminazione in quanto tale, come quella verso la comunità LGBTQ+.

Solo la storia potrà dirci se questa coscienza sociale collettiva stia andando concretamente a formarsi anche in Occidente oppure se tutto si ridurrà ad un semplice fuoco di paglia. Ma una cosa è certa: se ne sta parlando e qualcosa si sta muovendo. E niente cambia se prima non c’è movimento.

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