Il nuovo ministero è guidato dall’attivista Sabina Orellana: una grande conquista per la Bolivia

 

Il neopresidente socialista Luis Arce, vincitore delle elezioni di ottobre, ripristina il Ministero delle Culture e del Turismo creato nel 2009 da Evo Morales. Soppresso lo scorso giugno dall’ex presidente ad interim Jeanine Áñez, il Ministero cambia nome e diviene Ministero delle Culture, Decolonizzazione e Depatriarcalizzazione, ottenendo nuove funzioni. Una svolta nella storia delle organizzazioni politiche nazionali.

Il programma boliviano di riconoscimento delle pluralità

Alla guida del Ministero appena costituito è Sabina Orellana, attivista femminista di etnia quechua che rivolge un appello generale per «lavorare insieme e preservare le specificità dello Stato plurinazionale boliviano» oltre che mettere fine al razzismo istituzionale. In programma anche indagini per violenza e discriminazione verificatesi durante il governo transitorio di Jeanine Áñez.

Sabina Orellana è inoltre una delle dirigenti della Confederación Nazional de Mujeres Campesinas Indigenas Originarias de Bolivia, fondata nel 1980 a La Paz e creata con l’obbiettivo di rendere partecipi alla politica le donne indigene. Dalle competenze di Sabina Orellana nasce una forma di Ministero mai esistita finora al mondo e con una forza simbolica impareggiabile: è il primo organismo ministeriale, infatti, che riconosce tutte le pluralità dell’identità di un Paese e tenta di porre fine alla lotta delle minoranze, avviandone la propria interconnessione. Un programma unico per l’abbattimento delle discriminazioni e gerarchie culturali, sociali, identitarie e di genere.

La lotta all’emarginazione nel resto del mondo

Nel corso del Novecento il riconoscimento dei gruppi di minoranze autoctone nel mondo ha assistito a un susseguirsi di sviluppi di segno diverso. Casi in cui si è raggiunto il riconoscimento della loro esistenza sulla Carta costituzionale, casi in cui la mancanza totale di salvaguardia ha impedito di fare passi avanti. In mezzo ai poli opposti decisionali si sono osservate comunque tendenze concrete, seppur limitate, come la nascita di legislazioni speciali, misure amministrative o il riconoscimento di organizzazioni private a rappresentanza delle comunità minoritarie.

Alcuni Stati hanno invece preferito adottare misure alternative come il caso del Regno Unito, che non dispone di una norma a tutela delle minoranze, giustificandola come una “forma implicita di riconoscimento”.

Oggi, in una panoramica così poco chiara, spesso limitata all’esclusivo riconoscimento etnico-linguistico delle minoranze, la costituzione di un Ministero come quello boliviano, inclusivo e volto alla decolonizzazione e alla depatriarcalizzazione, è davvero un cambiamento radicale. Come spiegano l’economista Daron Acemoğlu e il politologo James A. Robinson nel saggio “Perché le nazioni falliscono”, le istituzioni “inclusive” coinvolgono la maggioranza e dunque la crescita economica, oltre che lo sviluppo umano e civile. Le istituzioni “estrattive” di contro hanno lo scopo di valorizzare solo una minoranza di privilegiati tradotta poi nell’élite dominante.

Il caso della Nuova Zelanda: la decolonizzazione dei Maori

Altro esempio progressista collocabile nel 2020 (dopo quello dell’elezione di Jerry Mateparae (di etnia maori) come Capo di Stato Maggiore nel 2006) è quello della Nuova Zelanda. Le elezioni parlamentari del 17 ottobre hanno visto la vittoria del Partito Laburista, e la conferma di un secondo mandato per la prima ministra Jacinda Ardern, molto amata dal Paese.

Il programma ministeriale neozelandese – oltre a preoccuparsi della crisi climatica e della costruzione di 100mila abitazioni entro il 2028 – è molto sensibile alle minoranze etniche. Un punto importante per il Partito Laburista è infatti l’inclusione delle comunità Maori, sofferenti da secoli l’emarginazione e la discriminazione. Nel 2017 la prima mossa è stata istituire un office per le relazioni tra comunità Maori e la Corona Inglese, insieme alla volontà di reintegrare la lingua maori nella scuola dell’obbligo.

Esempi come la Bolivia e la Nuova Zelanda rappresentano ulteriori passi concreti, fatti nel 2020, verso una politica più inclusiva. Una politica volta al progresso economico e culturale delle nazioni, nonché alla decolonizzazione e al riconoscimento dei diritti umani.

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