In Nuova Zelanda, Jacinda Ardern è nato un nuovo modello politico, guidato dalla più giovane leader di Governo e dal Parlamento più inclusivo del pianeta. Qualcosa sta cambiando?

Teoricamente la composizione delle istituzioni politiche di un Paese dovrebbe rispettare proporzionalmente e paritariamente la propria popolazione, per la quale si trova a prendere decisioni economiche e sociali rispettando le esigenze di tutti i segmenti di popolazione. Questo almeno sulla carta, in quanto in pratica tale principio viene spesso smentito dai risultati elettorali. In questi anni, seppur il trend sia timidamente più positivo, nessun organo parlamentare è stato sinonimo di cambiamento come quello della Nuova Zelanda, il cui Governo è presieduto da Jacinda Ardern. Una donna che sta cambiando il paradigma della politica al femminile.

Chi è Jacinda Ardern?

Nata nel ad Hamilton nel 1980, Arden crebbe in una famiglia di tradizione mormonica tra le città di Morrinsville e Murupara a North Island, la grande isola settentrionale della Nuova Zelanda. Ben presto la passione politica la catturò, portandola ad ottenere una laurea in Comunicazione Politica e Pubbliche Relazioni alla University of Waikato, situata nella sua città natale. Al termine dei suoi studi abbracciò il pensiero politico socialista, entrando in contatto con Tony Blair, ex Primo Ministro inglese del Labour Party britannico, e venne eletta Presidente dell’Unione Internazionale della Gioventù Socialista. Una carica, questa, che le permise di viaggiare tra l’Asia e l’Africa e di confrontarsi quindi con cultura diversissime tra loro.

La ribalta in Nuova Zelanda

Il suo ingresso nella politica nazionale avvenne nel 2008, anno in cui venne inserita nella lista del Labour Party. Divenne il più giovane parlamentare della storia neozelandese, un primato poi strappatole dal Gareth Hughes nel 2010. Una precoce carriera politica che l’ha spinta a diventare il leader del suo partito, avendo la possibilità di conquistare la ribalta nazionale e internazionale.

Poco più di tre anni fa, precisamente nel settembre 2017, Ardern venne ufficializzata dal suo partito come la candidata al ruolo di Primo Ministro in una corsa principalmente contro il New Zealand National Party guidato da Bill English. Come riportato dall’agenzia Reuters, i sondaggi hanno visto passare dal dal 24% al 40% i Labour, a testimonianza della grande efficacia politica e comunicativa della leader di Hamilton. Le elezioni videro la vittoria del Partito Nazionale con il 44%, sopra proprio ai Laburisti fermi al 36%.

Qui il vero colpo di scena. La maggioranza relativa di English non permetteva al suo partito di governare e, falliti tutti i tentativi di mediazione, fu proprio Ardern a inserirsi. In Nuova Zelanda si insediò infatti un Governo di minoranza molto particolare, composto dal Labour Party, da un partito affine ideologicamente come quello degli ecologisti del Green Party (6%) e un partito di natura più populista e conservatrice come il New Zealand First (7%). Ardern dimostrò così grande capacità di coalizione e divenne, a soli 37 anni, la più giovane donna a capo di un Governo nel mondo.

Nuova Zelanda

Jacinda Ardern (© Twitter)

Prima esperienza di Governo di Jacinda Ardern

Un mandato, quello cominciato nel 2017, che non si preannunciava semplice anche per la natura stessa del suo Governo: di minoranza, con all’opposizione il partito uscito vincitore dalle elezioni e con un alleato come il NZF non esattamente conforme dal punto di vista ideologico. La Prima Ministra tuttavia è riuscita districarsi in questa difficile trama politica e a fronteggiare tre prove enormi che il suo Paese, e non solo, ha dovuto fronteggiare.

Primi in ordine di tempo i due attentati terroristici del marzo 2019 a Christchurch, nei quali persero la vita 51 persone con 49 feriti. Una strage di stampo neofascista e xenofobo, avvenuta a colpi d’arma da fuoco in diretta su Facebook contro la comunità islamica locale, colpita nella moschea di Al Noor e a Linwood. Durissime le parole di condanna di Ardern, la quale annoverò fin da subito l’accaduto nell’ambito del terrorismo:

Con questo atto terroristico l’assassino voleva centrare numerosi obiettivi. Uno dei questi era il raggiungimento della notorietà. È per questo che non mi sentirete mai pronunciare il suo nome. È un terrorista. Un criminale. Un estremista. Vi chiedo di ricordare i nomi di chi è morto, anziché quello di chi li ha uccisi.

Jacinda Ardern

Il secondo avvenimento, nel dicembre 2019, è stato quello dell’eruzione del Whakaar, vulcano conico più attivo della Nuova Zelanda. Situato a White Island, a circa 50 km da North Island, eruttò a distanza di tre anni dall’ultima volta, causando 21 vittime, perlopiù turisti giunti sull’isola. Infine, da marzo scorso, la pandemia di coronavirus che sta bloccando l’intero pianeta. Un’epidemia che le ha permesso di dimostrare le sue capacità politiche.

Comunicazione sobria sui social, richieste chiare alla sua popolazione, un taglio simbolico dello stipendi dei Ministri e un’ottima politica di contenimento hanno portato la Nuova Zelanda a dichiararsi coronavirus-free da giugno, come testimoniato dall’aggiornamento di inizio ottobre del COVID-19 Global Response Index, ovvero la classifica delle risposte globali alla pandemia. Elaborato da Foreign Policy, rivista statunitense di proprietà di The Washington Post, tale indice vedeva in testa il Paese dei kiwi anche a settembre, davanti al Senegal.

Ardern Christchurch

L’abbraccio di Jacinda Ardern con una fedele musulmana dopo gli attentati di Attentati di Christchurch (© Twitter)

Il boom di Jacinda Ardern del 2020 in Nuova Zelanda

Il modello politico delineato da Jacinda Ardern e dal suo Governo è stato caratterizzato da capisaldi importanti, in parte di rottura. Dopo la strage di Christchurch la direzione è stata quella della restrizione all’utilizzo delle armi. Dal punto di vista ambientale la posizione di preoccupazione nei confronti del cambiamento climatico è stata netta, così come netta l’intenzione di investire nell’edilizia per contrastare la crisi abitativa del Paese.

Dal punto di vista dell’inclusione sociale Ardern si è spesa in favore della comunità maori, tema molto delicato in Nuova Zelanda. L’obiettivo è quello di tornare ad insegnare la loro lingua nelle scuole entro cinque anni e di attuare politiche con lo scopo di non disperdere questa eterogeneità culturale del Paese. Nel marzo 2020 è arrivata una storica depenalizzazione dell’aborto, con anche importanti posizioni in favore della parità di genere, per esempio circa il rapporto spesso conflittuale tra la maternità e la carriera lavorativa:

È completamente inaccettabile che qualcuno nel 2017 dica che le donne abbiano il dovere di rispondere sul posto di lavoro alla domanda se hanno intenzione di rimanere incinta. È una scelta delle donne quella se avere figli o meno, una scelta che non dovrebbe avere peso in un’assunzione.

Jacinda Ardern

Una serie di misure e posizioni che l’hanno portata sulla cresta dell’onda, con tanto di utilizzo mediatico dell’espressione “Jacindamania”. Il successo alle elezioni per il suo Labour Party nel 2020 è stato netto: 49%, davanti ad un National Party al 27%. Per lei dunque secondo mandato da Prima Ministra insieme al Green Party, giunto all’8%.

Parlamento più inclusivo del mondo

L’aspetto forse più significativo di queste elezioni è la composizione del Parlamento neozelandese, definito dall’agenzia Reuters come il «most diverse ever», ovvero «il più variegato di sempre» dal punto di vista di genere, orientamento sessuale ed etnia. Un aspetto molto a cuore della leader di Hamilton:

Viviamo in un mondo sempre più polarizzato, un luogo dove sempre più persone hanno perso la capacità di mettersi nei panni degli altri. Spero che in queste elezioni la Nuova Zelanda abbia dimostrato di non essere così. Ma una nazione che sa ascoltare, discutere.

Jacinda Ardern

Pur senza un meccanismo di quote rosa, le elezioni hanno sancito un record: il 48% dei parlamentari è infatti di sesso femminile così come il 55% dei nuovi parlamentari laburisti e il 70% dei nuovi verdi. Una svolta importante che testimonia grande attenzione e sensibilità verso categorie che in questi anni non hanno avuto vita facile in politica, né da eletti né da elettori.

Omer

L’abbraccio tra Jacinda Ardern e Ibrahim Omer, parlamentare di origine eritrea (© Twitter)

In questo senso molto importante la presenza record del 10% di parlamentari apertamente appartenenti al mondo LGBTQ+, primato mondiale come riportato sempre da Reuters. Tra essi spicca Grant Robertson, Ministro delle Finanze natìo di Palmerston North e gay dichiarato. La stessa agenzia stampa inglese ha intervistato Paul Spoonley, docente di Scienze Umanistiche e Sociali alla Massey University, il quale ha rilasciato la seguente dichiarazione a proposito di un Parlamento caratterizzato da una più giovane età media dei parlamentari:

Abbiamo assistito all’uscita dal Parlamento di molti candidati più anziani, maschi e bianchi, alcuni dei quali erano lì da oltre 30 anni.

Paul Spoonley

Importante anche l’esito delle elezioni per la minoranza maori, con 16 parlamentari eletti. Tra le fila dei Labour ottimi risultati anche da neozelandesi di origini straniere, come nel caso di Vanushi Walters ed Ibrahim Omer, rispettivamente ex rifugiato di origine eritrea da un lato e originaria dello Sri Lanka dall’altro.

Dalla Nuova Zelanda segnali importanti per il futuro

Indipendentemente dalla propria ideologia politica l’esperienza di Jacinda Ardern costituisce una boccata d’aria fresca nello scenario internazionale. Segnali positivi in quanto costituisce un modello per tutte le donne nel mondo che combattono ogni giorno per conquistarsi uno spazio politico con la forza delle loro idee. Importanti anche alcune scelte politiche, volte nella direzione del contrasto al cambiamento climatico e al perseguimento di condizioni di pace all’interno del Paese, senza dimenticare il modo in cui attualmente è riuscita con il Governo di minoranza a domare il coronavirus. Infine un Parlamento, quello neozelandese, che assume un valore storico straordinario per la sua natura inclusiva da più punti di vista. Nella speranza che non costituisca in futuro un caso isolato, bensì un modello per le altre democrazie.

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