La crisi della pandemia è un’opportunità per ripensare la città del futuro e migliorare la qualità della vita: parola del Censis.

La pandemia della Covid-19 ha messo in crisi molti aspetti delle nostre vite. Di conseguenza, i luoghi dove viviamo hanno dovuto adattarsi a questa nuova situazione, come le città. Secondo l’ultimo rapporto del Censis, però, questa crisi può essere un’opportunità per realizzare delle città più vivibili e funzionali. In poche parole, per realizzare la città del futuro. Per capire come fare, scopriamo prima in che modo la pandemia ha cambiato le nostre città.

Le conseguenze della pandemia nelle città

Per evitare il contagio del virus, tanto gli aeroporti quanto le stazioni ferroviarie si sono svuotate. Basti pensare che, secondo il Censis, all’aeroporto di Fiumicino hanno transitato solo 4,6 milioni di persone, fra marzo e dicembre 2020, rispetto ai 38 milioni del 2019. Discorso simile vale per i passeggeri dell’Alta Velocità, che ha portato a dimezzare le corse della tratta Roma-Milano, giusto per fare un esempio.

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I viaggiatori, dunque, sono diminuiti perché il turismo nel mondo si è bloccato per contenere la diffusione del virus. Di conseguenza, i centri urbani – soprattutto quelli più a vocazione turistica – si sono impoveriti di viaggiatori. Nonostante attualmente stia avendo sempre più importanza il territorio diffuso (cioè non le grandi città ma le sue province, con una densità di popolazione bassa) per via della crisi del turismo, secondo il Censis, questo non vuol dire che le città del futuro perderanno completamente importanza fino a scomparire.

Non tutto, però, è perduto. Anzi, c’è qualcosa che si può fare per migliorare la situazione.

La crisi come opportunità per la città del futuro

Quando si pensa alle città del futuro, spesso lo si fa in termini o troppo ottimistici o troppo pessimistici. Secondo il Censis, queste città faranno leva sulle “lezioni” che stiamo apprendendo dalla pandemia.

Ciò che emerge da questo periodo così particolare è la centralità delle periferie. Infatti, se da una parte i centri urbani si sono svuotati del tipico affollamento, dall’altra hanno acquisito sempre più importanza le periferie. Basti pensare che, secondo il Censis, si preferisce fare la spesa più nei piccoli negozi sotto casa “di periferia” rispetto ai grandi centri commerciali, per timore del contagio. È questo il motivo che sta portando alcune metropoli del mondo ad adottare il modello delle città di 15 minuti.

La crisi del turismo può essere colta per realizzare delle politiche concrete che mettano al centro la residenzialità stabile, anziché puntare su affitti brevi tipici del turismo “mangia e fuggi”. Si tratta di una tendenza che sta, comunque, prendendo sempre più piede nel nostro Paese.

Per realizzare una città del futuro migliore di quella attuale, bisogna destinare una parte degli investimenti del Recovery Fund proprio alle città. Questo perché la pandemia ha creato il contesto sociale e politico che ha permesso di sperimentare nei centri urbani varie iniziative incentrate sul cambiamento climatico, sulla mobilità sostenibile e sulla gestione degli spazi pubblici.

Il digitale continuerà ad avere un importante ruolo nella città del futuro. Per capirlo, basti pensare all’attuale diffusione dello smart working. Questa modalità di lavoro non verrà meno finita la pandemia, perché si affiancherà al tradizionale lavoro in presenza.

Le città si stanno, dunque, muovendo per migliorare la qualità della vita, ma saranno anche “intelligenti”?

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