L’Unione europea ha approvato le nuove norme per regolamentare il mercato degli affitti brevi, mercato che coinvolge milioni di persone in tutta Europa. La direttiva Ue, che entrerà in vigore nel 2024, ha lo scopo di garantire una maggiore trasparenza e responsabilità delle piattaforme che offrono questo tipo di servizio, come Airbnb, Expedia e Booking.

La disposizione darà agli enti locali più potere di controllo sugli affitti turistici.

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L’impatto della normativa Ue sugli affitti brevi

Le piattaforme online dovranno comunicare ai governi nazionali e agli enti locali i dati relativi agli affitti turistici, come il numero di ospiti, la durata del soggiorno, gli introiti e le tasse riscosse. In questo modo, le autorità potranno verificare il rispetto delle normative fiscali e urbanistiche. Un altro requisito, che dovranno soddisfare i proprietari di immobili destinati alle locazioni brevi, è il rispetto dei limiti di giorni annui fissati dagli enti locali, in base alle necessità e alle peculiarità di ciascun territorio.
Le piattaforme saranno soggette a sanzioni in caso di violazioni delle regole, dal blocco temporaneo o definitivo dell’attività, alla multa fino al 10% del fatturato annuo.

Le nuove norme Ue sugli affitti brevi rappresentano un importante passo avanti nella regolamentazione di un settore in forte crescita e in continua evoluzione. Tuttavia, la direttiva non è esente da critiche e da sfide, sia da parte degli operatori del settore che dei consumatori. Le nuove disposizioni potrebbero migliorare la trasparenza, la tutela e la sostenibilità del settore, prevenendo l’evasione fiscale. Dall’altro, si teme che l’aumento degli oneri burocratici e fiscali e le restrizioni alla durata dei soggiorni, limitino la flessibilità e la competitività del settore extra alberghiero.

Le ragioni dietro l’intervento dell’Ue 

Le motivazioni che hanno spinto l’Ue a intervenire sugli affitti brevi sono legate alle preoccupazioni espresse da molte comunità locali, che hanno denunciato gli effetti negativi del fenomeno sulle città. La scarsità di alloggi a prezzi accessibili per i residenti, la perdita di identità dei quartieri, i problemi legati al sovraffollamento turistico sono solo gli aspetti più evidenti dell’impatto socio-economico sul tessuto urbano.

Il nostro Paese è uno dei più interessati dal fenomeno degli affitti brevi, sia per la sua attrattiva turistica che per la sua offerta di alloggi. Lo studio delle università di Pisa e Siena, pubblicato sulla Rivista geografica italiana, ha evidenziato come il centro storico di Firenze, con un’area di 5 km quadrati, sia arrivato a concentrare il 62% dell’offerta degli appartamenti disponibili per gli affitti brevi e il 70,3% delle recensioni su Airbnb nel 2019. Una circostanza che avrebbe concorso a svuotare il centro dai residenti. Gli autori dello studio, Antonello Romano dell’Università di Pisa, Cristina Capineri e Tiziano Bonini dell’Università di Siena, hanno analizzato in tutto 12.126 annunci georeferenziati e 651.515 recensioni lasciate dagli utenti di Airbnb a Firenze tra il 2010 e il 2019.

L’algoritmo della piattaforma – conclude Romano – crea un processo cumulativo e accentrante che reitera se stesso e aumenta ancora di più le diseguaglianze nello spazio urbano confermando il valore di alcune zone e il disvalore di altre, un tensione ampliata anche dalla promessa di Airbnb di far “vivere come una persona del posto”, il che di fatto svuota i luoghi di vita e rende i centri storici aree sempre più abitate da “popolazione non residente”.

Oltre la normativa Ue: Italia, Giappone e Islanda mettono un freno agli affitti brevi

Il governo italiano ha tentato di regolamentare il settore degli affitti brevi attraverso diverse misure, tra cui l’aumento della cedolare secca al 26% dal secondo immobile affittato e l’obbligo di comunicare i dati degli ospiti al portale dell’Agenzia delle entrate. La cedolare secca è un tipo di tassazione semplificata per gli affitti, introdotta per incoraggiare i proprietari di immobili a dichiarare i loro redditi da affitto e pagare le tasse dovute. La tassazione che il proprietario di un immobile è tenuto a pagare non viene calcolata sul suo reddito, ma in relazione all’affitto effettivamente incassato.

Il Giappone ha limitato gli affitti turistici a 180 giorni all’anno e ha richiesto agli ospiti di ottenere una licenza speciale. Queste regole derivano da un emendamento alla legge giapponese sugli hotel e le locande, nota anche come “Legge Minpaku” (minpaku è la parola giapponese che definisce le locazioni di alloggi privati). A Shibuya gli affitti turistici sono disponibili solo durante le vacanze scolastiche; a Shinjuku sono vietati nei giorni feriali. A Kyoto, nelle zone residenziali, le locazioni brevi sono consentite solo tra gennaio e marzo.

L’Islanda, per contrastare l’overtourism (neologismo coniato per descrivere la crescente affluenza turistica su una destinazione e il relativo impatto ambientale e sociale) e salvaguardare le aree protette, ha introdotto dei limiti di tempo e di guadagno per chi affitta la propria casa. L’isola, con una popolazione di appena 375 mila abitanti e un ecosistema delicato, è meta ogni anno di milioni di turisti. Il governo è consapevole della ricchezza e della fragilità del suo patrimonio naturale, che va tutelato da un’industria turistica sempre più invasiva e insostenibile.

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Cibelle Dardi

Cibelle Dardi

Con uno sguardo attento ai trend sociali e culturali, navigo costantemente tra parole e numeri. Mi piace leggere e interpretare i dati, per raccontare i cambiamenti nella società e nell'economia. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista.

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