Ricorre oggi l’anniversario del genocidio compiuto in Ruanda trent’anni fa. Tutti gli anni si dà il via alla commemorazione (Kwibuka o Memoria) dei 100 giorni con lo slogan “Ricordare, unire, rinnovare”: tra il 6 aprile e il 16 luglio del 1994 si consumò l’uccisione sistematica dei tutsi e degli hutu moderati per mano dell’esercito regolare e delle milizie paramilitari hutu. In appena 100 giorni fu eseguito lo sterminio di un milione di persone.

In trent’anni il Paese si è rialzato grazie alla società civile, e alle donne in particolare, diventando un modello di sviluppo per l’Africa.

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Panoramica del Ruanda trent’anni dopo il genocidio

Dopo il genocidio il Ruanda è cambiato moltissimo. In una sola generazione la popolazione, di circa 14 milioni di abitanti, è quasi raddoppiata nel giro di 20 anni con un’età media di meno di 23 anni. Il tasso di alfabetizzazione ha raggiunto l’84% e l’economia cresce a ritmi sostenuti: secondo i dati della Banca Africana per lo sviluppo, la crescita del Pil è stata del 10,9% nel 2021 e dell’8,2% nel 2022. Se il ritmo rimarrà questo, ciò consentirà di raggiungere lo status di Paese a medio reddito entro il 2030 e ad alto reddito entro il 2050.

I ruandesi della nuova generazione non hanno vissuto sulla propria pelle gli orrori del genocidio, però molti di loro sono figli o famigliari di vittime della pulizia etnica. L’origine etnica (la distinzione tra hutu e tutsi) non è più menzionata sui documenti personali, segno di un taglio netto con il Ruanda del passato. Tuttavia, il ricordo del genocidio, la ricerca della giustizia, il dovere della memoria sono termini molto presenti nel Paese e nei programmi scolastici.

Come ricostruire il tessuto sociale secondo l’ONG Sevota

Tra le associazioni locali, l’ONG Sevota ha dato un contributo originale ed efficace che ha consentito alla società ruandese di ricostruire le relazioni lacerate dal genocidio. Sevota è un acronimo ruandese che significa “Solidarietà per la Crescita delle Vedove e degli Orfani nella Promozione di Sé”, ed è stata fondata da Godeliève Mukasarasi, assistente sociale hutu sopravvissuta al genocidio. Godeliève decise di reagire fondando l’organizzazione con lo scopo di creare luoghi di incontro e confronto per coloro che avevano subito violenze fisiche e psicologiche.

L’obiettivo iniziale dell’ONG era di creare gruppi di auto aiuto che poi si sono trasformati in piccole comunità agricole autonome. In questo modo le donne sono diventate responsabili economicamente ed hanno ritrovato la fiducia in loro stesse e la forza di rialzarsi per riprendere in mano le loro vite. L’organizzazione negli anni ha promosso attività relative alla pace, alla riconciliazione e alla promozione dei diritti umani, in particolare dei diritti delle donne e dei bambini vulnerabili. L’organizzazione ha aiutato più di 72mila persone, metà delle quali sono donne.

Gli obiettivi, la strategia e i riconoscimenti internazionali

Nel lungo periodo gli obiettivi si sono intensificati nel mobilitare le vedove e gli orfani verso una cultura di pace, una non-violenza attiva e una riconciliazione, rilanciare i valori positivi della cultura ruandese basati sulla solidarietà, l’assistenza reciproca e un’istruzione di qualità per i bambini. Lottare contro l’ignoranza e l’analfabetismo e organizzare attività per lo sviluppo personale e il sostegno reciproco tra le donne traumatizzate e le vittime di violenza.

Per poter raggiungere questi obiettivi, l’ONG ha sviluppato delle strategie d’intervento come l’organizzazione e il sostegno di gruppi, club e forum, mobilitando l’intera comunità con campagne di informazione, educazione e comunicazione.

Ha dato vita al Forum per una Giustizia Equa che riunisce le vittime e le testimoni sopravvissute al genocidio. Poi ha avviato i programmi Speranza e Pace per le donne e i giovani vulnerabili attraverso partenariati internazionali.

Nel 2018 la fondatrice dell’ONG ha avuto il riconoscimento come International Women of Courage Award dal Dipartimento di Stato Usa e nel marzo 2022 è stata inserita nel Giardino del Monte Stella di Milano dall’Associazione Gariwo tra i Giusti della Shoah (il termine Giusto è tratto dal passo del Talmud che afferma “chi salva una vita salva il mondo intero”).

In Ruanda, per ricucire il tessuto sociale, si è partiti dalla società civile, in particolare dalle donne e i giovani. Il Paese è consapevole che il processo di integrazione è ancora lungo, ma che dalla strada intrapresa non si può più tornare indietro.

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Gloria Scacchia

Aspirante giornalista pubblicista, ho lavorato per la Farnesina e l’OSCE, mi interesso di  Diritti Umani, Geopolitica, Società, Cultura e Attualità. Scrivo per Buone Notizie.it e frequento il master e il laboratorio di giornalismo costruttivo

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