Uno degli effetti più radicali che la pandemia di COVID-19 ha scatenato è la crescita dell’inquinamento della vita digitale. Cosa si può fare?

Pur essendo molto presente e sviluppata già nel 2019, quest’ultima ha registrato un nuovo picco di utilizzo nel biennio 2020-2021. E se da una parte questo ha significato una rivoluzione totale per le economie, i lavori e le aziende, dall’altra ha contribuito a peggiorare l’inquinamento. Non solo dal punto di vista dei rifiuti fisici, ma anche della quantità di anidride carbonica presente nell’aria.

Come inquina la tecnologia digitale

Dispositivi elettronici come smartphone, PC, tablet, e console per videogiochi sono inquinanti su due fronti. Il primo riguarda i prodotti che per motivi diversi vengono buttati via, spesso a favore di altri più recenti. Le aziende infatti mantengono un ritmo di uscita di nuovi prodotti piuttosto alto, in modo da incentivare continuamente l’acquisto dell’ultima novità spesso rimane tale per poco, poiché molte sue componenti non durano sul lungo periodo. Il quadro si completa con il mercato delle riparazioni: le aziende non forniscono molti pezzi di ricambio, e fanno saldare insieme le parti interne per renderne impossibile la sostituzione (perlomeno a prezzi convenienti). In questo modo i dispositivi reputati vecchi o non adatti alla riparazione perché troppo cara, finiscono nelle discariche

Il secondo fronte riguarda le emissioni di CO2: una qualsiasi operazione digitale significa uno spostamento di dati. Questo comporta un consumo di energia e di conseguenza un contributo all’inquinamento dell’atmosfera. Ad aumentare l’impatto atmosferico contribuiscono anche i data center, ovvero i centri di raccoglimento dei dati. Da soli consumano l’1% dell’energia mondiale, e l’essere numericamente limitati rende obbligatorio spostare grandi flussi di dati per distanze considerevoli, facendo ulteriormente lievitare il consumo di energia. “The Shift Project” stima che i soli video in streaming producano oltre 300 milioni di tonnellate di gas serra ogni anno. Un dato che ragionevolmente aumenterà, vista la parallela crescita di smart-working e video-riunioni.

Come si può avere una vita digitale sostenibile

L’inquinamento del mondo digitale è un problema complesso, e anche le aziende iniziano a preoccuparsene. Amazon, Microsoft e Google hanno dichiarato di investire molto sull’eolico e il solare, con l’obiettivo dell’indipendenza dai combustibili fossili entro il 2030. Verizon Wireless, il più grande provider di comunicazioni senza filo degli Stati Uniti, investe sull’efficienza del raffreddamento dei propri data center senza aumentare il consumo di energia. A livello di Stati spicca il caso dell’Australia, dove il riciclo dei metalli preziosi sta crescendo grazie a Veena Sahajwalla. Professoressa di Scienze Materiali all’Università del Nuovo Galles del Sud, Sahajwalla ha ideato un laboratorio in grado smontare i device e recuperarne le parti utili. L’idea è quella di diffondere queste strutture in modo capillare, così da poter contenere i costi di trasporto delle materie e riutilizzare al massimo i rifiuti.

A livello individuale, invece, quello che i consumatori possono fare è adottare alcuni semplici trucchi, come limitare l’uso dei file pesanti e ottimizzarli quando possibile e archiviare dati localmente e solo se necessari. Il tutto mentre si disattivano GPS, Bluetooth e WiFi quando non utili. Altri consigli più tecnici vengono forniti da “Il Sole 24 Ore” in questo articolo.

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Riccardo Ruzzafante

Riccardo Ruzzafante

Riccardo Ruzzafante, ho studiato Scienze Storiche all'Università di Torino. Aspirante pubblicista, scrivo per BuoneNotizie.it grazie al laboratorio di giornalismo per diventare giornalista pubblicista. E tu cosa stai aspettando?

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