In Africa, ben 56 siti archeologici patrimonio Unesco rischiano erosione o inondazioni se un evento climatico estremo li colpisse. Se le emissioni di gas serra dovessero continuare a salire secondo il ritmo attuale, tale numero potrebbe aumentare. Esistono, però, soluzioni per tutelare questi patrimoni dell’umanità: dalle costruzioni ingegneristiche come i frangiflutti, all’utilizzo di risorse ecologiche su larga scala come le mangrovie. Per la prima volta, una ricerca lo spiega per l’Africa.

Il primo studio sui siti archeologici africani

Sulla rivista “Nature Climate Change” è stata pubblicato uno studio, guidato dal professor Nicholas Simpson dell’African Climate and Development Initiative dell’Università di Città del Capo sui “Siti del patrimonio culturale africano minacciati dall’accelerazione dell’incremento del livello dei mari”. È la prima ricerca a osservare le ripercussioni sul patrimonio storico del continente africano dovute all’innalzamento delle temperature globali.

Dato che il livello dei mari è cresciuto negli ultimi trent’anni molto più velocemente che in tutto il XX secolo, è necessario impedire che eventi estremi probabili “una volta in un secolo” accadano “una volta ogni 10 anni”, mettendo in pericolo anche i siti archeologici del litorale costiero del continente africano.

Un database per studiare gli effetti sul patrimonio storico africano

Lo staff di Simpson ha generato un database di 213 siti naturali e 71 siti culturali africani raccogliendo dati dagli elenchi dell’UNESCO e del Ramsar Sites Information Service e ha prodotto milioni di simulazioni sulla totalità del perimetro africano per valutare l’esposizione delle coste a eventuali inondazioni e all’erosione, sulla base di scenari con emissioni di gas serra moderate ed elevate.

Le simulazioni dello scenario peggiore prevedevano emissioni di gas serra in continuo aumento e temperature superiori alla norma di 3,5 gradi. Secondo i risultati di tali simulazioni, entro il 2050 la superficie costiera esposta ad erosione e inondazioni sarebbe pari al 25% delle aree archeologiche ufficialmente riconosciute, con un aumento dei siti considerabili a rischio da 59 a 198.

In caso di scenario moderato, quello riguardante l’incremento delle temperature di 2 gradi, la superficie a rischio riguarderebbe il 2% delle aree osservate.

Dalle simulazioni emerge inoltre che il maggiore numero di siti Unesco a rischio si trova sulle coste del Nord Africa: hanno la più alta probabilità di subire eventi estremi i siti di Marocco e Tunisia. Le colonne di Cartagine, le rovine dell’anfiteatro romano di Sabratha o quelle del Sinai settentrionale rischierebbero di scomparire.

Da Simpson un messaggio per sensibilizzare ed agire

“C’è un valore locale, un valore internazionale, un valore economico… e un valore intrinseco (per questi siti culturali) – ha dichiarato Simpson alla CNN – c’è un importante messaggio, che speriamo possa mobilitare maggiori intenti e azioni […] monumenti, siti ed aree non possono andare persi per le generazioni future“. È auspicio di Simpson che i risultati di tale studio possano essere riconosciuti soprattutto per aumentare misure di adattamento ai cambiamenti del clima e finanziamenti per il continente.

La salvaguardia del patrimonio storico nel rispetto del suo ecosistema

Sulla base di un altro studio a firma José C Brito e Marisa Naia, Simpson e colleghi hanno abbozzato riflessioni sulle strategie di tutela del patrimonio africano, considerando possibilità ingegneristiche e soluzioni ecologiche per l’eventuale tutela dei siti.

Tenendo presente che esiste una diversità di impatto tra erosione e inondazione e che ogni sito ha la sua specificità, Simpson evidenzia la necessità di studiare gli eventi estremi probabili e le contromisure adatte anche secondo un’ottica locale.  Lo studioso avverte inoltre di non compiere interventi ingegneristici troppo invasivi o faraonici, perché potrebbero non essere supportati dai necessari finanziamenti o non essere calibrati sull’entità realistica degli eventi estremi dovuti al riscaldamento globale, sulla morfologia del territorio e sulla vita delle comunità locali. Per tale motivo le soluzioni più ecologiche risponderebbero più efficacemente alla tutela dell’intero ecosistema, sia sociale che biologico.

Le opzioni ingegneristiche per frenare erosione e inondazioni

Dato il cambiamento del clima, per impedire che le coste siano erose e colpite da inondazioni, nella ricerca si esaminano soluzioni come frangiflutti, argini e frangionda.

I frangiflutti sono strutture offshore disposte parallelamente alla costa per ridurre l’energia delle onde e frenare l’erosione costiera. Gli argini agiscono da diga contro le inondazioni e a protezione delle eventuali zone umide interne contro l’intrusione di acqua salata, mentre i frangionda, posti verticalmente alla costa, tagliano il moto ondoso e impediscono la dispersione della sabbia soprattutto se utilizzati insieme al ripascimento delle spiagge.

Le soluzioni ecologiche assorbono CO₂

Esistono anche soluzioni ecologiche adatte a contrastare le emissioni di gas serra perché assorbono CO₂: coste viventi e mangrovie. Le coste viventi, opzione utilizzata in Tanzania, sono litorali biologici artificiali composti da vegetazione di alghe e scogliere di ostriche che stabilizzano le zone costiere e ne bloccano l’erosione.

Simpson afferma inoltre che si possono ripristinare e rimboschire le mangrovie e non solo perché funzionano contro l’erosione, ma anche perché sono considerate, infatti, vere e proprie spugne di carbonio, con una grandissima capacità di assorbire CO₂: un ettaro di mangrovie assorbe quattro volte di più di un ettaro di foresta pluviale. L’acqua presente nelle coste di mangrovie trattiene i gas rilasciati dalla decomposizione della materia organica meglio della terra ferma e permette la crescita di un intero ecosistema.

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Pasquale De Salve

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