Perché l’Osservatorio etneo in Sicilia è meta ambita da ricercatori internazionali? BuoneNotizie.it lo ha scoperto per voi in un’intervista. 

L’attività stromboliana dell’Etna, iniziata il 16 febbraio, continua con un nuovo parossismo avvenuto lo scorso 1 aprile, regalando alla Sicilia uno spettacolo color rosso fuoco. L’eruzione supera un mese di attività generando fontane di lava di 1.500 metri d’altezza e destando l’attenzione di molti studiosi. Patrimonio Unesco dal 2013, l’Etna è il vulcano più attivo d’Europa, da sempre oggetto di studi per ricercatori provenienti da tutto il mondo, rapiti dal suo respiro magmatico e da quei boati che fanno parlare la terra. Accolti dall’Osservatorio etneo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), gli studiosi compiono analisi coadiuvati da una strumentistica tra le più sofisticate in Europa.

Etna, molto più di un bene ambientale

La forza dell’Etna ha da sempre meravigliato turisti ed appassionati, nonché coinvolto la quotidianità dei cittadini che abitano in provincia di Catania, città costruita su colate laviche così antiche da portare il vulcano fin dentro la sua carne. Una forza che desta non pochi timori, ma che regala anche tanta ricchezza. L’impeto distruttivo del vulcano è infatti, in realtà, in osmosi con una prorompente forza creativa. Testimone di ciò è l’agricoltura locale, nutrita dal materiale piroclastico emesso, un fertilizzante naturale ricco di minerali.

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Proprio questa forza distruttivo/creativa è da anni studiata da un copioso gruppo di vulcanologi, geofisici, geochimici e scienziati. Vanto italiano, l’Osservatorio etneo (sezione siciliana dell’INGV) è luogo di importanti collaborazioni internazionali per lo studio del comportamento dei vulcani.

L’Osservatorio etneo

L’idea di creare un osservatorio risale a metà ‘800 e assiste a una serie di prove – alcune riuscite, altre impedite dalle colate laviche stesse – gestite da scienziati illustri come Alfred Rittmann (fondatore della vulcanologia moderna). La sezione siciliana dell’INGV, con all’attivo un centinaio di ricercatori, tecnologi e tecnici, mantiene tutt’oggi lo spirito internazionale di allora. «Sono fondamentali le collaborazioni estere – in un’intervista a BuoneNotizie.it Boris Behncke, vulcanologo tedesco, da anni trapiantato in Sicilia e operante all’INGV –. Periodicamente colleghi dell’Osservatorio vengono chiamati all’estero per portare le nostre attrezzature a paesi che hanno poche risorse o poca esperienza».

L’interesse internazionale per la camera magmatica etnea ha la sua spiegazione scientifica: il vulcano della Sicilia orientale ha elementi morfologici e caratteristiche eruttive che accomunano quasi tutti i vulcani della Terra. «L’Etna svolge tanti tipi diversi di attività – spiega Behncke –, in più è estremamente accessibile e attivo».

L’importanza di studiare i vulcani

All’Osservatorio etneo non ci sono orari, si entra e non si sa quando si esce, specialmente nei giorni di attività parossistica ed esplosiva. «Durante un’attività vulcanica – continua il vulcanologo, reduce di una notte senza riposo – gli scienziati sono chiamati ad assolvere tre tipi di missioni: la prima è la sorveglianza che avviene all’interno della sala operativa, il cuore dell’istituto; poi il monitoraggio e infine la divulgazione.

Le tre missioni sono estremamente importanti: i vulcani possono anche avere effetti che vanno ben oltre l’impatto locale o regionale. Alcune nubi di cenere, per esempio, possono espandersi molto, come è successo 11 anni fa durante l’eruzione in Islanda del vulcano Eyjafjallajökull. Queste hanno creato ingenti danni al trasporto aereo internazionale. In un caso così ci vuole una collaborazione molto intensa e a livello europeo».

Il progetto Eurovolc

Un esempio di intervento corale in Europa è l’iniziativa Eurovolc che parte dall’Islanda e a cui partecipa anche l’INGV. Il progetto è volto a facilitare la collaborazione della comunità vulcanologica europeaIn quest’area e nei territori d’oltre mare tra cui Guadalupa, Martinica, Montserrat, Tristan da Cunha e Reunion esistono infatti oltre 60 sistemi vulcanici attivi. La globalizzazione in crescita e le catene di approvvigionamento internazionali hanno reso il vecchio continente sempre più esposto alle conseguenze sociali ed economiche scaturite da eventuali danni di origine vulcanica.

Progetti come Eurovolc, e l’impegno dei ricercatori dell’Osservatorio etneo, sono dunque fondamentali non solo da un punto di vista scientifico e ambientale, ma anche economico e sociale al fine di monitorare e, nel migliore dei casi, prevenire disastri che si riversino nel paese colpito e – di conseguenza – nell’economia internazionale.

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