Mariam al-Shaar è diventata un simbolo femminile di resilienza palestinese. Nata e cresciuta nel campo profughi di Burj al-Barajneh a sud di Beirut, può essere un esempio di come le donne, anche in un contesto ostile e di precarietà come il Libano, possano trasformare le sfide in opportunità per cercare di costruire un futuro migliore per sé stesse e di riflesso per la propria comunità. Il campo di Burj al-Barajneh è un’area di 1 kmq dove vivono approssimativamente 40mila rifugiati palestinesi e siriani.

Chi è Mariam, nuova icona palestinese

Mariam al-Shaar è nata nel campo profughi libanese dove ancora vive, è assistente sociale da quasi vent’anni ed è diventata direttrice della Women’s Programme Association (WPA) nel 2012. L’organizzazione non profit si occupa di formazione professionale e micro-prestiti alle donne, in otto dei dodici campi profughi palestinesi in Libano.

Campagna Crowdfunding

Mariam ha aperto il Nour Centre: una scuola per 250 bambini rifugiati da i 6 ai 13 anni. In seguito ha avviato il Nawras Preschool Centre, l’unico asilo dell’area che ha accolto i bambini rifugiati da 3 a 6 anni. Ciò ha permesso alle donne di seguire i corsi di formazione professionale, per migliorare il proprio tenore di vita.

Nel 2013, insieme al WPA e con una serie di finanziamenti anche dall’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi (UNWRA), ha fondato Soufra, un’attività di catering che impiega le donne del campo di Bourj El Barajneh. 

Nell’ultimo anno, Mariam ha creato il progetto We Can, finanziato da donatori privati e realizzato con l’associazione palestinese locale “Makani”. Il progetto vuole creare un centro di ascolto per il supporto psicologico e la salute mentale delle donne palestinesi. Nei mesi da luglio a dicembre 2024, il progetto ha coinvolto circa 170 donne rifugiate palestinesi. Anche se negli ultimi due mesi le attività si sono interrotte per l’invasione israeliana, nel corso del 2025 si auspica la sua ripresa con l’obiettivo di coinvolgere un numero sempre maggiore di donne.

La storia di coraggio di Mariam ha fatto il giro del mondo, grazie al documentario al Soufra prodotto da Susan Sarandon, un lavoro che è stato anche candidato agli Oscar nel 2020.

Women’s Programme Association (WPA), l’organizzazione non profit libanese

La Women’s Programme Association (WPA) è un’organizzazione senza scopo di lucro con sede in Libano e si è concentrata sull’emancipazione delle donne e dei giovani, in particolare nei campi profughi palestinesi.
L’associazione offre una gamma di programmi e servizi come corsi di formazione per aiutare le donne e i giovani ad acquisire nuove competenze e migliorare la loro condizione lavorativa. Si occupa soprattutto di sostenere l’emancipazione economica delle donne attraverso programmi di microfinanza, formazione per lo sviluppo delle imprese e iniziative imprenditoriali.

Il fiore all’occhiello di quest’associazione è rappresentata da Soufra, l’azienda di catering al femminile che sta già dando lavoro a 45 donne che vivono nei campi profughi. Si tratta soprattutto di promuovere l’empowerment delle rifugiate in nove dei dodici campi profughi libanesi. Nell’azienda è presente un orto ecosostenibile che fornisce tutti gli ingredienti con cui sono preparati i pasti distribuitiDurante i due mesi di conflitto tra Israele e Libano e nonostante gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano, Soufra ha continuato ad aiutare la comunità preparando ogni giorno centinaia di pasti per gli sfollati.

La storia di Mariam e delle donne rifugiate palestinesi in Libano, è fondamentale per la coesione sociale e la sopravvivenza della comunità palestinese. Il loro impegno ha contribuito a far conoscere la situazione dei rifugiati palestinesi e a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle loro necessità. Un esempio di come sia possibile costruire un futuro migliore, anche in condizioni decisamente avverse.

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Gloria Scacchia

Aspirante giornalista pubblicista, ho lavorato per la Farnesina e l’OSCE, mi interesso di  Diritti Umani, Geopolitica, Società, Cultura e Attualità. Scrivo per Buone Notizie.it e frequento il master e il laboratorio di giornalismo costruttivo

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