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Perché la cultura hygge ha reso la Danimarca uno dei paesi più felici al mondo

Perché la cultura hygge ha reso la Danimarca uno dei paesi più felici al mondo

La Danimarca è tra le prime tre nazioni più felici al mondo. Una posizione che il paese mantiene da ben sette anni consecutivi.

Il posto della Danimarca tra i paesi più felici del mondo da ben sette anni consecutivi, tra i 155 paesi classificati dal World Happiness Report 2018, è coerente con molte altre indagini nazionali sulla felicità (o, come gli psicologi chiamano, “benessere soggettivo”). L’Italia si è classificata solo al 47° posto.

Agli scienziati piace discutere sui metodi di come devono essere misurate le cose. Ma quando si tratta di felicità, è emerso un consenso generale. A seconda della portata e dello scopo della ricerca, la felicità viene spesso misurata utilizzando indicatori oggettivi (dati su crimine, reddito, impegno civico e salute) e metodi soggettivi, come chiedere alle persone con quale frequenza provano emozioni positive e negative.

Perché i danesi hanno ottenuto questo risultato? I danesi hanno un governo stabile, bassi livelli di corruzione pubblica e accesso a un’istruzione e assistenza sanitaria di alta qualità. Il paese ha le tasse più alte del mondo in relazione al PIL, ma la grande maggioranza dei danesi pagano felicemente perché ritengono che tasse più elevate possano creare una società migliore.

Forse, cosa più importante, valutano un costrutto culturale chiamato “hygge”. Il dizionario di Oxford ha aggiunto la parola “hygge” nel giugno 2017 e si riferisce alle interazioni sociali di alta qualità. Hygge viene talvolta tradotto come “accogliente”, ma una definizione migliore di hygge è “intimità intenzionale”, che può accadere quando si hanno esperienze condivise sicure, equilibrate e armoniose. Una tazza di caffè con un amico di fronte al caminetto potrebbe qualificarsi, così come un picnic estivo nel parco.

Una famiglia potrebbe avere una serata hygge con giochi da tavolo e dolcetti. Gli amici potrebbero riunirsi per una cena informale con luci soffuse, buon cibo e divertimento easygoing. Gli spazi possono anche essere descritti come hyggeligt (“la tua nuova casa è così hyggeligt“). Un modo di ringraziare un ospite dopo una cena è dire che era hyggeligt (cioè, ci siamo divertiti). La maggior parte degli eventi sociali danesi dovrebbe essere hyggeligt. Quindi dire che una festa o una cena lo non era sarebbe una dura critica.

Una ricerca ha determinato che in Danimarca l’hygge è parte integrante del senso di benessere delle persone. Agisce come un tampone contro lo stress creando allo stesso tempo uno spazio per costruire il cameratismo. In un paese altamente individualizzato come la Danimarca, l’hygge può promuovere l’egualitarismo e rafforzare la fiducia.

     

L’hygge è pienamente integrato nella cultura danese. Ma è anche diventato un fenomeno globale: Amazon vende più di 900 libri su hygge e Instagram ha oltre 3 milioni di post con l’hashtag #hygge. I dati sulle tendenze di Google mostrano un grande salto nelle ricerche della parola “hygge” da ottobre 2016.

La Danimarca non è l’unico paese che ha una parola per un concetto simile: i norvegesi hanno koselig, gli svedesi mysig, gli olandesi gezelligheid e i tedeschi gemütlichkeit.

Negli Stati Uniti, che ha pure un alto valore sull’individualismo, non esiste un vero equivalente culturale di hygge. Il reddito è generalmente associato alla felicità. Tuttavia, nonostante il PIL del paese sia in aumento e il tasso di disoccupazione sia in calo, i livelli di felicità negli Stati Uniti diminuiscono costantemente. Cosa sta succedendo dunque?

La buona notizia è che la chiave della felicità non è connessa alle cose materiali.

La disuguaglianza dei redditi continua ad essere un problema. Ma c’è stata anche una marcata diminuzione della fiducia interpersonale e della fiducia verso istituzioni come il governo così come nei media. Alla fine, avere un maggiore reddito disponibile non basta per avere qualcuno su cui contare nel momento del bisogno (cosa che il 95% dei danesi crede di avere).

Articolo comparso originariamente su TheConversation.com

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