Infarto… qualche cellula lo sconfiggerà!

C’è un suggestivo seguito ad uno studio pubblicato sull’European Heart Journal effettuato da ricercatori dell’Università Cattolica di Roma, di concerto con i colleghi dell’Ematologia dello stesso ateneo, che riguarderebbe le malattie cardiache, con particolare attenzione all’infarto. Secondo il lavoro di questi scienziati, dopo questa malattia, il cuore, nel tentativo di limitare i danni causati dalla patologia, invierebbe un segnale preciso al midollo per far accorrere, verso l’organo colpito, le cellule staminali per riparare, in parte, i guasti residuati. A sostenere questa tesi il prof. Crea, ordinario di cardiologia e a capo dello studio di cui sopra, che dichiara, espressamente che “numerose evidenze sembrano suggerire l’efficacia dell’impiego delle cellule staminali ottenute dal midollo spinale nel trattamento dell’infarto, iniettandole nel muscolo cardiaco danneggiato. Il nostro studio indica che l’organismo attiva autonomamente un proprio pronto soccorso fisiologico basato sulla mobilitazione delle proprie cellule staminali, che potremmo in un prossimo futuro sostenere e potenziare con il semplice uso di farmaci, alla portata di tutti gli ospedali, senza dover ricorrere a sofisticate tecniche d’impianto delle cellule staminali”.
Se queste sono le evidenze, resta sempre confermata la tecnica di impianto, dall’esterno, di cellule staminali per risolvere, al meglio, un infarto. Ma, alla luce di queste nuovissime acquisizioni scientifiche, persino l’impianto di queste cellule, che oggi apparivano come una soluzione, quasi fantascientifica dagli esiti miracolosi, sarebbe destinata al “tramonto“, quasi ancor prima di iniziare, per via del fatto che, visti i risultati ottenuti, è più pratico e più sicuro “costringere“ l’organismo stesso a richiamare le staminali, sotto lo stimolo di sostanze farmaceutiche che, oltretutto, agirebbero, in questo delicato compito, con la possibilità di modulare, dall’esterno, l’esatto quantitativo di cellule riparatrici del danno cardiaco, strettamente proporzionato al dosaggio di farmaco impiegato.
“Nel nostro studio – afferma il professor Filippo Crea, direttore dell’Unità Coronarica del Policlinico “A. Gemelli” di Roma – abbiamo osservato che il numero di cellule staminali mobilitate varia moltissimo nei diversi pazienti. A parità di gravità iniziale dell’infarto i “buoni produttori” di cellule staminali hanno un’evoluzione clinica molto migliore dei “cattivi produttori”.
Si evince, chiaramente, da quest’ultima considerazione fatta dall’illustre clinico, che, vi sono pazienti che reagiscono in maniera completamente diversa da altri, colpiti dalla stessa cardiopatia. In altre parole, come osserva il professore, alcune persone riescono a guarire spontaneamente dall’infarto, altri, pur se colpiti dalla stessa malattia e con la stessa gravità, hanno esiti diversi, a volte, anche fatali. La risposta a questa divergenza, sta tutta nelle caratteristiche genetiche del singolo individuo che lo porterebbe, di fronte ad una grave malattia, come appunto, l’infarto, a richiamare, più o meno cellule staminali, in soccorso del cuore.
L’ infarto cardiaco passa da due importanti momenti di cura, dove, la tempestività dei soccorsi gioca un ruolo fondamentale. Nella prima fase, si cerca di liberare le coronarie da quelle ostruzioni, chiamate trombi, con particolari sostanze farmacologiche, chiamati, trombolitici, oppure, a discrezione dei cardiologi, con un trattamento, con lo stesso fine, definito angioplastica coronarica. Superata la fase acuta, si assiste, nel tempo, al recupero del cuore dopo il violento insulto subito dall’infarto.
Ma quali possono essere le molecole che meglio di altre raggiungono l’ obiettivo prefissato, ovvero, mobilitare le cellule staminali? Secondo il prof. Crea, “Le prime evidenze di cui disponiamo e che attendono conferma dai risultati di studi in corso suggeriscono che le statine potrebbero aumentare la mobilitazione delle cellule staminali in quanto capaci di migliorare la funzione dei vasi che irrorano il midollo osseo, un’importante sede di produzione delle cellule staminali”.

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