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Morbo di Alzheimer, il riccio di mare potrebbe salvarci

Il Morbo di Alzheimer, la terribile patologia che prende il nome dal suo scopritore che per primo la descrisse e che riguarda, purtroppo, il 60% di tutte le demenze senili, potrebbe avere puntata contro, una nuova arma da parte della ricerca medico scientifica sulla base di una recentissima scoperta avvenuta grazie all’Istituto di biofisica di immunologia molecolare del CNR di Palermo, coordinati da Pier Luigi San Biagio (Ibf) e Marta Di Carlo (Ibim).
Come spesso accaduto nell’ambiente scientifico, l’osservazione di dettagli per lo più afferenti al mondo che ci circonda, sono alla base nella soluzione di gravi malattie, come accaduto anche in passato.
Stavolta, a segnare la strada che ci porterà alla soluzione della malattia di Alzheimer, è stato il riccio di mare che, grazie alla sua struttura e al funzionamento cellulare simile a quello dei mammiferi, per quanto riguarda la biochimica molecolare dei suoi costituenti, avrebbe chiaramente dimostrato che a causare i danni cerebrali della temibile patologia sarebbero delle particolari placche di agglomerati di sostanze quali gli oligomeri di beta amiloidi e non gli stessi costituenti, come si riteneva un tempo.
Per meglio comprendere il significato di quest’importante traguardo, sperimentalmente, s’è data importanza all’accumulo di queste proteine, le beta amiloidi, raggruppate in placche per giustificare la demenza di Alzheimer. Alla luce dei risultati ottenuti sull’embrione del riccio di mare, si è visto invece che il beta amiloide, che circola nei fluidi dei malati di Alzheimer, nei fatti, precipiterebbe in fibrille più piccole e sottili, vere responsabili della malattia.
Il risultato dell’importante studio, pubblicato sulla rivista internazionale Faseb Journal Express del 3 luglio scorso, fa compiere alla scienza un importantissimo passo in avanti per meglio comprendere e prevenire la malattia di Alzheimer e, subito dopo, mettere a punto sostanze farmaceutiche in grado di interferire sulla formazione di queste fibrille e avere un’azione terapeutica sulla malattia stessa.

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